Lo sport

Partiamo da un presupposto: una partita giocata solo per vincere e non per scoprire il proprio talento e imparare, per un giovane in formazione è una partita inutile.

Logico che anche con i giovani si faccia sport per vincere, ma è il caso di insistere sul farlo nel modo migliore, perché è il percorso più logico per vincere quando la vittoria sarà l’obiettivo dello sport. Sembra un discorso fumoso, ma non possiamo sbagliare a trattare la mente. A qualsiasi età, e soprattutto per i giovani, l’assillo spasmodico del risultato va contro le condizioni psicofisiche che regolano il rendimento.

 Prima della gara, aumenta la tensione e l’ansia, e toglie fiducia e coraggio, poiché conta solo il risultato, che non è mai certo nonostante l'impegno, e non il livello della prestazione. Ingigantisce la forza dell'avversario e la difficoltà della gara, crea pensieri negativi che pesano, perché, specie nell'attesa e nelle estenuanti "concentrazioni" che ancora si cercano, al desiderio della vittoria e alla sicurezza a mano a mano subentrano il dubbio di non potercela fare e la paura della sconfitta. Poiché un livello di attivazione fisica e psichica eccessiva è contrario al rendimento, quindi, prima della partita, di solito è necessario tranquillizzare il giocatore per portarlo al suo giusto livello, mentre vanno sempre evitati gli stimoli che lo spingono oltre.

Durante la gara, l'assillo di vincere obbliga ad adottare solo i gesti tecnici che altre volte si erano rivelati efficaci e impedisce di inventare soluzioni creative o di tentare qualcosa di nuovo. In definitiva, impedisce di creare, che è l'essenza vera del gioco e del rendimento, e intanto produce anche un altro effetto che a prima vista sembra paradossale: alle prime difficoltà subentra la paura di perdere, che è negazione del gioco e puro tentativo di salvarsi dalla sconfitta.

Infine, in queste condizioni emotive la vittoria è solo una conferma da rinnovare ogni volta e mai una conquista definitiva, mentre la sconfitta diventa sempre un demerito e una colpa di là dal livello della prestazione, che dovrebbe, invece, rappresentare l'unico parametro per valutare la gara.

Quali elementi psicologici dell'agonismo sono influenzati da una ricerca spasmodica della vittoria?

L'aggressività, che è un istinto sano e indispensabile per competere, ma che così viene confusa con la violenza, la rabbia, una frenesia priva di controlli o, addirittura, l'aggressione, tutte condizioni che vanno contro l'efficienza fisica, la capacità di pensare, la lucidità o la possibilità di scovare tutte le risorse per poterle mettere in campo.

La sicurezza e il coraggio, che non significano correre rischi inutili o buttarsi allo sbaraglio sperando in qualche colpo di fortuna, ma giocarsela sempre tutta perché ci si sente all'altezza di ciò che si deve fare, a prescindere dalla forza dell'avversario e dall'esito della gara.

La tranquillità, che lo sport minaccia creando ansia, paura, attese cariche d'affanno o, al contrario, un'euforia priva di misura e a volte anche fatua, tutte condizioni che disperdono energie e contrastano la prontezza, l'attenzione, la consapevolezza e la padronanza dei propri mezzi e la sicurezza per controllare le difficoltà della gara.

La continuità per mettere in campo in qualsiasi circostanza tutte le risorse di cui si dispone o, da un altro punto di vista, per far fronte per tutta la durata della gara a qualsiasi situazione, che manca invece all'atleta troppo teso e "caricato" per vincere.

L'efficacia degli interventi, che dipende tanto dalla conoscenza e dalla sicurezza dei propri mezzi quanto dalla consapevolezza di poter capire e padroneggiare le situazioni senza lasciarsi condizionare da condizioni esterne o dalla paura di sbagliare.

L'autocontrollo razionale, che è compromesso dalla frenesia, dalla reattività, dalla cattiveria o dalla rabbia, che lo sport cerca ancora per stimolare l'agonismo.

Qual è, allora, il limite che l'obbligo della vittoria impone durante il periodo di formazione?

È la richiesta di prestazioni sempre al massimo, e spesso anche oltre, a un atleta ancora incapace di dar fondo a tutte le proprie risorse e non preparato a impiegare le abilità della mente che servono per l'attività agonistica.

E soprattutto è una richiesta che va proprio contro la formazione.

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