Lo sport

Lo sport deve essere adattato all’età, alle motivazioni e ai mezzi del giovane che lo pratica, altrimenti predispone all’abbandono o ad un adulto incompleto. Lo psicologo spiega come i bambini e gli adolescenti affrontano lo sport e come lo sport può diventare uno strumento educativo efficace.

Il bambino

Coglie la realtà in modo immediato e come un tutto, e la vive in modo emotivo, intenso e senza implicazioni razionali. Risponde alle sollecitazioni del momento e reagisce solo a ciò che è reale, presente e appaga subito, perché non ha una visione della realtà a lungo termine e la praticità dell’adulto. Impara attraverso i sensi, le emozioni e le immagini, e quindi attraverso il gioco e l'interesse per ciò che è presente. È motivato dal piacere, dalla verifica delle proprie abilità e dal sentirsi sempre più adeguato e meno insicuro verso ciò che gli è sconosciuto e non sa dominare. Non è sensibile alle attese troppo lontane e non sa organizzare l'attività in vista di progetti concreti, perché il suo traguardo è il piacere di oggi. È egoista e non vede le necessità degli altri, e quindi non ha senso parlargli di collettivo e vincolarlo ad azioni ripetitive.
Non sa progettare, capire razionalmente di avere compiti e doveri e assimilare i ragionamenti e gli stimoli basati solo sulle parole, perché non ha confidenza con il pensiero astratto e non possiede ancora la sicurezza, le esperienze e l’interesse per farlo. Ciò non significa che sia impossibile alimentare le sue motivazioni. Occorre, però, stimolarlo a confrontarsi e a verificare i progressi e la crescente padronanza dei gesti, apprezzarlo per i successi e aiutarlo ad accettare e superare gli insuccessi, trasformare l’apprendimento in un gioco e lasciare che si sperimenti per acquisire sicurezza e scoprire nuove abilità.

Lo sport non possiede ancora una cultura adatta a un bambino. Non ha strumenti per agire su intelligenza, personalità e carattere o per stimolare la sicurezza, le motivazioni e l'autonomia. Gli chiede di imparare subito ciò che serve per la prestazione, impone gesti e schemi già definiti e non lascia che il bambino sperimenti i propri, valuta il risultato e non i miglioramenti e la qualità della prestazione, usa stimoli negativi sul rendimento e offre soluzioni solo da applicare. Non tocca le vere motivazioni e tratta il bambino come un piccolo adulto solo cambiando le dosi, ma così soffoca momenti dello sviluppo e propone un insegnamento uguale per tutti che non tiene conto delle qualità del singolo. E, soprattutto, ignora che la vita dell’adulto inizia nel bambino, e che i risultati ottenuti con i trucchi, la slealtà e le scorrettezze vanno contro lo sviluppo delle qualità e saranno il peso dell’uomo e dello sportivo adulto.

Le motivazioni

Le motivazioni al gioco nascono nella prima infanzia, e si rafforzano man mano che il bambino scopre le attitudini e sviluppa le abilità. Dobbiamo, però, tenere conto di precise tappe di sviluppo, altrimenti inviamo stimoli che le estinguono, o rimangono inattive fino a portare all’abbandono.
Il bambino ricava piacere da ciò che fa, e non dal successo e dai vantaggi che potrà ottenere in futuro. Gioca sempre per vincere, ma non desidera ancora sentirsi migliore degli altri, mentre è sensibile a molle più intime, come l'impulso a superare il naturale sentimento d’incompletezza e il disagio di sentirsi incapace e incompleto nei confronti dell’adulto.
Prima ha solo bisogno di sfogare la vitalità e l’esuberanza fisica mentre, in seguito, le motivazioni sono sempre più dirette verso l’attività sportiva. La prima è il piacere del gioco, che resta una molla fondamentale anche dell’adulto. Poi, la possibilità di confrontarsi con coetanei, con i quali può vincere o perdere e stringere nuove amicizie. La verifica dei progressi e l’affinamento delle abilità, che lo fanno sentire in grado di affrontare nuove situazioni e diventare sempre più padrone dei propri gesti. Il rapporto che gli è offerto e che si conquista con l’adulto e l’apprezzamento per i successi. E, infine, la possibilità di sbizzarrirsi con la fantasia e di creare senza l’obbligo di seguire schemi rigidi o vincoli e proibizioni.

Il giovane

È sempre spinto anche dalle motivazioni del bambino ma, verso gli undici, dodici anni, con lo sviluppo del pensiero astratto, inizia a progettare il futuro e passa ad altre sempre più interiorizzate e personali, che costituiscono il legame più solido con lo sport. Vuole differenziarsi dai coetanei e prevalere per la bravura, desidera scoprirsi nuove abilità ed esporre e far valere le proprie opinioni, pensa a traguardi appaganti anche in concorrenza con gli altri, e s’impegna consapevolmente per scoprire, sperimentare e superare i propri limiti. E ancora più del bambino, cerca apprezzamento per ciò che sa fare.
Queste considerazioni suggeriscono che la sicurezza e l'interesse, nello sport come in qualsiasi altro campo, non derivano tanto e solo dalle qualità di cui si dispone o dalla possibilità di raggiungere traguardi importanti, quanto dal sentirsi sempre adeguati e sicuri nei confronti di richieste commisurate al periodo di sviluppo.

La pratica sportiva regolare

Tralasciamo tutti gli effetti sull’organismo, che altri sanno trattare meglio, e concentriamoci sui benefici psicologici e sugli effetti sulla personalità e sul carattere.
Sotto una guida preparata, l'attività fisica regolare è uno strumento educativo al pari della famiglia e della scuola. Trasmette la consapevolezza che lo sport è somma di apporti e d’iniziativa personale, e abitua a collaborare e assumere la padronanza dell’ambiente e dei propri mezzi. Accetta e impiega i contributi del bambino, e così lo rassicura con l’apprezzamento e lo aiuta a superare i disagi e i naturali sentimenti d’inadeguatezza e l’imbarazzo per la propria inferiorità nei confronti dell’adulto.
Migliora il rendimento scolastico, perché allena la capacità di adattamento agli impegni e il controllo emotivo, riduce l’ansia da prestazione scolastica e migliora l’apprendimento e l’autostima. Ha anche effetto sull’intelligenza, poiché l’attività fisica agisce anche sul tono dell’umore, che è fattore essenziale del rendimento, e sullo sviluppo stesso del cervello, poiché migliora l’irrorazione sanguigna, crea nuovi neuroni e impegna il ragionamento, la creatività e l’iniziativa libera.
La pratica sportiva regolare ed equilibrata ha effetti che continuano nell’età adulta. Insegna a far parte di un gruppo, che significa collaborare, accettare l’individualità e la diversità degli altri, adattarsi a regole comuni e a valori quali il rispetto, la lealtà, l’amicizia e l’attenzione alle esigenze di tutti, che sono le basi di un rapporto armonioso e costruttivo con l’ambiente. E, quindi, è anche un’efficace difesa contro il bullismo e la violenza, ma anche contro i disordini alimentari e l'uso di tabacco, alcol e droghe.

L’agonismo giusto e la competizione

Prima dei dieci, undici anni, il bambino si misura con se stesso, con i miglioramenti e con la crescente adeguatezza. L’avversario è un compagno di gioco, e la competizione non è la ricerca esasperata del risultato, ma l’occasione per incanalare l’aggressività e dare sfogo alla naturale rivalità, e una risposta al bisogno di autoaffermazione e di confronto con la realtà.
La competizione è necessaria, ma deve essere piacere e divertimento privo di tensioni o ansie da prestazione. Permette al bambino di dare sfogo alla vivacità e all’esuberanza dell’età, di incanalare e collocare dentro precise regole e rendere produttivi l’egoismo, l’aggressività e lo stimolo all’affermazione, di prendere confidenza con il corpo e con i propri mezzi e di imparare dai propri errori. Promuove l’accettazione dell’altro e la condivisione delle idee e delle iniziative. Libera dall’ansia di fronte al dubbio, riduce lo stress e la sensazione di esclusione. Allena la responsabilità, l’impegno, la concentrazione e la costanza nei confronti degli obiettivi e, se richiede l’apporto di contributi e non dà soluzioni, abitua a trovarle e insegna a imparare.
Insegna la lealtà, pone richieste adeguate all’età e consente di vincere e di perdere senza umiliazione e senza ricorrere a un’aggressività che gli è estranea. E se è gioco e sfida con se stesso, non stimola emozioni ostili nei confronti dell’avversario, e se non chiede solo la vittoria e non condanna la sconfitta, attenua le naturali ansie del bambino, rafforza la motivazione e prepara a rapporti costruttivi nella vita adulta.

L’agonismo sbagliato

L’adulto compete per la vittoria, e per questo deve saper tollerare una grande tensione agonistica, mentre un bambino non comprende e non tollera la pressione dell’ambiente, la vittoria come supremazia sull’avversario e la sconfitta come umiliazione.
Spesso lo sport chiede ai bambini un agonismo esasperato, ma l’ansia di sbagliare e di fallire sviluppa insicurezze, paura di deludere e di non contare, e sentimenti d’inadeguatezza e incapacità e che accompagneranno anche la vita adulta. Sono sentimenti che fanno perdere gli effetti positivi del gioco sullo sviluppo del carattere, anche per una cultura e un clima, sempre più diffusi nella famiglia, che pretende il campione e apprezza solo il risultato e la vittoria ottenuti in qualsiasi modo. E il bambino, che non possiede facoltà critiche per comprendere che questi desideri non sono suoi, ma i complessi d’inferiorità di coloro che lo dovrebbero educare, sviluppa sentimenti di colpa durevoli perché crede di deluderli, insicurezza e convinzione di essere un incapace e un perdente. Oppure, oggi sempre più spesso, il diritto di deluderli e punirli.
L’agonismo sbagliato chiede di imitare il campione, ma un gesto complesso, e oltretutto possibile solo al talento, deve essere preceduto dall’acquisizione della padronanza di gesti più semplici adeguati all’età e alle possibilità di ognuno. L’esito non è solo l’impossibilità di sviluppare il proprio gesto, che è sempre il più efficace, ma di accumulare ansia per il timore di non riuscire e sentimenti d’inferiorità per un confronto improponibile.
L’agonismo inteso come vittoria a tutti i costi e sconfitta dell’avversario e la pretesa di sostituire il piacere del gioco con l’obbligo di vincere a tutti i costi e in qualsiasi modo, dunque, procura abbandoni per nausea di sport.

Quale sport?

La prima attività sportiva fino a circa sei anni è il gioco non è regolamentato, che interessa tutto il corpo e non richiede impegno agonistico, perché il bambino compete con natura e, se è interessato, è più resistente dell’adulto.
In seguito, se lo sport resta un approccio ludico e non tenta di attuare una specializzazione, non ha grande importanza quale viene scelto, e in ogni caso è utile provarne più di uno, perché tutti possiedono pregi e difetti, e agiscono su certe caratteristiche del bambino e ne trascurano altre. Occorre, però, evitare quelli che richiedono prestazioni sproporzionate rispetto alla dotazione fisica e abilità specifiche ancora solo potenziali e che si sviluppano con il tempo e l’esercizio. Dopo i sei anni si può accedere ad altre discipline, ma l’attività deve consentire lo sviluppo armonico di tutto il corpo.
L’essenziale è che la scelta non sia solo nostra o, almeno, sia prospettata e discussa, perché il bambino deve avvicinarsi allo sport e viverlo come una scelta libera da attese non sue e da inutili pressioni. In caso contrario, rischiamo di imporgli le nostre aspirazioni, di pretendere prestazioni impossibili e di trasformare il piacere del gioco in un lavoro e in un obbligo privi d’interesse.
Lasciar scegliere il bambino non vuol dire astenerci dall’esprimere i nostri pareri, e magari anche esercitare qualche pressione perché scelga uno sport che si adatti meglio ai suoi caratteri o gli serva per correggere dei difetti.

Per esempio, gli sport individuali, dove il risultato dipende dall’impegno di chi li pratica, aiutano a sviluppare l’applicazione in vista di un obiettivo, la combattività, l’iniziativa e l’assunzione di responsabilità, e sono più indicati per i bambini estroversi, turbolenti e facilmente distraibili.
Gli sport di squadra, che richiedono il contributo di tutti e impegnano in compiti comuni, sollecitano la responsabilità e il rispetto verso gli altri, stimolano la cooperazione e la socializzazione, abituano a misurarsi e obbligano a confrontarsi dentro precise regole.  Sono più adatti per i bambini introversi, timidi o scontrosi.
Quelli che prevedono anche lo scontro fisico abituano a misurarsi con coraggio, allenano a disciplinare e dirigere l’aggressività e renderla non violenta, al rispetto dell’avversario, all’autocontrollo e alla sicurezza, perché la violenza è una risposta alla paura di essere vulnerabili.
Quelli che prevedono l’osservanza di precise regole di comportamento sono adatti a bambini irrequieti, “viziati” e privi di margini.
Un altro fattore che deve indirizzare la scelta è l’ambiente nel quale si verrà a trovare il bambino. Prima di tutto, conta la filosofia di un determinato sport o anche solo di una società sportiva. Sono da evitare quelli che privilegiano un agonismo non adatto all’età e la ricerca del risultato a tutti i costi, e da scegliere quelli che sono attenti allo sviluppo fisico e alla formazione psicologica del bambino.

Quando iniziare

Se l’attività sportiva rimane un gioco e non richiede gesti complessi e specifici per la disciplina, l’età d’inizio ha un’importanza relativa. Per le discipline che richiedono gesti precisi, invece, l’inizio non dovrebbe essere prima degli otto, dieci anni, quando si fa più evidente il bisogno di affermarsi sugli altri, e per quelle che richiedono resistenza ancora più tardi.  
In generale, si può iniziare con il baby nuoto, che in pratica consiste in un programma di acquaticità, e poi, fino ai sei anni attività ludicomotorie senza obiettivi di risultato. Fino agli otto anni sono utili quelle che portano al controllo e all’armonizzazione dei movimenti e all’acquisizione e accettazione delle regole. Dopo gli otto anni, le discipline vanno gradualmente verso l’attività sportiva vera e propria, quando assumono sempre maggior peso l’osservanza delle regole e la capacità di cooperare. La specializzazione e lo sport agonistico possono iniziare dopo gli undici, dodici anni, quando il giovane è pronto a lavorare per uno scopo lontano e in grado di tollerare i carichi fisici ed emotivi che comporta l’agonismo.

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