Lo sport

Il collettivo è pensare e trovare insieme le soluzioni in campo e fuori, creare e partecipare alle creazioni degli altri, scoprire possibilità di gioco nuove e applicarle senza rischiare di essere incomprensibili.

Nello sport di gruppo il termine “collettivo” è il più abusato e frainteso. Quello che si chiama collettivo, infatti, è una situazione statica e priva di sviluppi che si raggiunge per il solo fatto di giocare insieme o di aver risolto, o non avere lasciato sviluppare, difficoltà di conduzione.
È una condizione che non va molto più in là di una conoscenza reciproca e di un’intesa in campo, o di un adeguarsi senza portare contributi creativi.

A volte si vede qualcosa di più, un insieme che arriva e si perde per caso, ma che offre molte opportunità per capire. Sono i momenti di grazia di una squadra, che prima comincia a vincere in modo quasi inatteso, e dopo conferma le vittorie. In questi casi, l’euforia coinvolge i giocatori e l’ambiente, azzera tensioni, ruggini e soggezioni e man mano, con le conferme, diventa sicurezza. Ma se non ne capiamo i motivi e non li stabilizziamo, questi momenti non reggono. Tocca a noi capire cosa è cambiato nella squadra, quali meccanismi si sono messi in moto o si sono creati, cosa fa rendere la squadra al suo potenziale, come siamo cambiati anche noi. Possiamo accorgerci di esserci comportati con più tranquillità, aver lasciato più spazio all’inventiva dei giocatori, di essere intervenuti di meno e di aver accettato che ognuno facesse anche da solo. E possiamo scoprire certe attitudini o abilità che prima non si erano mai espresse o, addirittura, qual è la vera forza dei giocatori e della squadra. Sarebbe il momento per cercare di capire cosa è successo per poterlo ripetere, ma nello sport non si vede ancora l’utilità di indagare le situazioni favorevoli. Ci s’illude che siano state ottenute grazie ai metodi usati o a una maturazione sopravvenuta o operata nella squadra, e si pensa che esse possano continuare all’infinito. Ma neppure una situazione così favorevole, se resta solo provvisoria e non indagata, può essere il primo passo verso il collettivo. Resta, infatti, legata a fatti casuali e non riassume in sé le condizioni per successivi ampliamenti.

Quali sono le attuali difficoltà a formare un collettivo? Non ci possiamo aspettare una capacità di cooperare e di produrre nell’età adulta che non sia stata allevata e educata prima. Un giocatore senza la maturità e l’autonomia necessarie non può assumere gli insegnamenti in modo critico e consapevole, essere cooperativo e produttivo in ogni momento dello sport o rispondere a una condizione in cui ognuno usa di sé le capacità migliori per il miglior rendimento di tutti. E se siamo abituati ad agire in modi direttivi, e che quindi non chiamano in causa la responsabilità, e non siamo preparati a sfruttare tutte le componenti emotive e intellettive del giocatore, non possiamo aspettarci di essere subito in grado di costruire e guidare un collettivo. La creazione di un gioco collettivo dipende, infatti, dalla partecipazione attiva di tutti i giocatori all’elaborazione di schemi e tecniche e da un allenatore preparato alla vita di gruppo, in modo da esserne partecipe e, al tempo stesso, tecnico-guida.

Che cos'è il collettivo?

Il collettivo è pensare e trovare insieme le soluzioni in campo e fuori, creare e partecipare alle creazioni degli altri, scoprire possibilità di gioco nuove e applicarle senza rischiare di essere incomprensibili. È scoprire cosa è successo nella partita, errori e colpi di genio, o cosa va corretto e cosa va sviluppato, e trovare le soluzioni e trasformarle in conoscenza e strumento di tutti. Volendo creare un’immagine, in campo il collettivo è un’idea che nasce, cresce e si arricchisce con l’apporto di tutti, un operare che non è mai fermo, perché è ciò che si sa fare ma, di più, la ricerca di ciò che è ancora possibile e la somma di tutto ciò che via via si produce insieme.

Che cosa serve per creare un collettivo? Prima di tutto, società che non pretendano il poco subito a spese di ciò che al momento è solo potenziale e si esprime soltanto più tardi. A fine campionato le squadre soddisfatte sono sempre poche: non è allora meglio lasciar lavorare l’allenatore? Dunque, collettivo è esercizio pieno d’intelligenza e creatività. Si parla spesso d’intelligenza, ma nello sport non vi sono ancora tecniche specifiche per sviluppare e usare quella del giocatore. Si usa la capacità di imparare e di eseguire, cioè il capire e l’applicare, che è il primo gradino dell’intelligenza, ma non la critica e la creazione, che ne sono livelli più “nobili”. Ma così che ne facciamo del talento, che è tale anche perché è più creativo degli altri? Se fa il compitino e non usa l’ingegno per inventare al momento uno schema o una soluzione diversa, perché è cambiata la situazione o è più utile cambiarla, che talento è?

Il giocatore adatto al collettivo deve essere preparato a creare e fare insieme, a proporre schemi e ad adattarsi a quelli degli altri. Ma deve essere anche disponibile a rinunciare a un vantaggio personale per mettersi al servizio della squadra, e guardarsi dentro per capire cosa gli manca, come e dove cercarlo e cosa potrebbe dare di più. Un allenatore e un giocatore così sono i professionisti come quelli dei campi più avanzati, dove sono cercati, mentre lo sport spesso non ci lascia lavorare e non sa come usare il giocatore, o ne ha paura, perché lo considera ingovernabile.
Un collettivo non si forma da solo, ma dobbiamo cercarlo e costruirlo, e non è una situazione statica o un traguardo, ma un processo evolutivo che usa tutto ciò che è attuale come punto di partenza per ricercare livelli di funzionalità sempre più elevati. È quindi un obiettivo ottimale mai del tutto realizzabile che somma molti fattori, ognuno dei quali potrebbe, a ragione, essere la vera essenza del collettivo: ad esempio, una collaudata capacità di evolvere, un uso completo della creatività e dell’iniziativa da parte del singolo e della squadra, e un allenatore preparato a creare motivazioni e obiettivi sempre nuovi e a usare le spinte naturali del gruppo.

Il gruppo

Se ne parla spesso, ma di solito ci si riferisce alla squadra che non dà problemi o s’impegna senza emarginare nessuno degli elementi. È già qualcosa, ma non è un gruppo. Il gruppo è una “somma” di soggetti vincolati da norme chiare che permettono di produrre insieme in gara e fuori e da precisi modi di vita e di lavoro. La situazione di gruppo, infatti, è un modo di relazione che sta sopra i caratteri dei vari elementi e influenza la capacità di operare e il comportamento di ognuno, garantendo un risultato sempre superiore alla somma delle capacità dei singoli. Una squadra, quindi, è funzionale se ubbidisce ad alcune condizioni ben precise che sono:                                                                                               

  • una situazione in cui l’apporto e il modo di comportarsi del singolo si adattano e condizionano quello degli altri in una forma di scambio reciproco;
  • il far riferimento a un modello unitario nato dal contributo di tutti, così da incanalare idee, iniziative e comportamenti in modi di agire comuni e produttivi;
  • la consapevolezza di appartenere a un gruppo reso tale da tratti comuni e da regole e norme condivise da tutti;
  • un rapporto di solidarietà e di cooperazione che permette di elevare la funzionalità complessiva e di appagare bisogni personali che non si possono soddisfare altrimenti.

Il clima di gruppo è dunque un rapporto che permette di cogliere vantaggi individuali superiori a quelli che si possono ottenere da soli. Ad esempio, permette al singolo di raggiungere la posizione che gli compete e gli riconosce la collocazione più funzionale, poiché il contributo di ognuno diventa indispensabile per raggiungere gli obiettivi comuni. Nello sport si ha paura che troppa libertà porti all’anarchia, ma il gruppo consente definire le gerarchie secondo i meriti, perché riconosce il ruolo del singolo e la sua indispensabilità e, quindi, l’autorità dell’allenatore, che viene ad assumere posizione di guida inserita a tutti gli effetti nella struttura relazionale della squadra. Infine, i caratteri del gruppo sono interdipendenti e tutti indispensabili, ma non è ipotizzabile che possano arrivare tutti a una realizzazione completa. per questo il collettivo, che potremmo definire il gruppo che opera, è una condizione mai del tutto definita e raggiunta.

L'allenatore

Solo un allenatore preparato che non ha paura di perdere autorità se i giocatori fanno da soli o trovano una soluzione migliore della sua può formare e gestire un collettivo serve. Dieci, quindici idee, infatti, valgono più di una, e senza rischi, perché alla fine spetta sempre a lui decidere. Anzi, finalmente decide davvero, perché è più facile farlo con soggetti responsabili in tutto, e non solo del risultato. L’allenatore moderno, quindi, non provvede solo a far osservare le regole e a controllare se o come i giocatori fanno gli esercizi, ma armonizza e coordina le idee, le proposte e le iniziative di tutti: sposta il pallino sempre un po’ più in là, e i giocatori studiano i sistemi per raggiungerlo. L’obiettivo, cioè, è stabilito e definito dall’allenatore, mentre il giocatore lavora sui mezzi più adatti per conseguirlo. Per un collettivo serve quindi un allenatore che osservi, faccia delle sintesi, colga significati e finalità, trasmetta obiettivi chiari e stimoli modi e indirizzi comuni, così che ognuno possa accettare le norme come proprie e sapere di essere apprezzato, e dunque si muova nella direzione più utile senza timori e bisogno di continue verifiche.

La creatività, il rapporto e i vantaggi del collettivo

La creatività è la capacità di vedere nuovi apporti, di produrre idee e intuizioni originali e di allontanarsi dagli schemi di pensiero comuni, e la condizione per conferire all’azione un più elevato grado di funzionalità. La creatività si presenta quasi come un tratto del carattere che va allenato e favorito, e non come una possibilità da rendere concreto quando ve ne sia l’opportunità e l’occorrenza. Il giocatore e la squadra, quindi, se non sono esercitati a creare in qualsiasi momento dell’attività, non possono esprimere in gara qualcosa di diverso dagli schemi già provati e conosciuti. Se il giocatore non la può esercitare anche fuori del campo, quindi, non può essere creativo in gara.
Sappiamo a cosa serve la creatività in campo, ma occorre l’impegno a usarla anche fuori. Per farlo occorre cambiare la “mentalità”, quell’insieme di arrangiamenti e vecchie convinzioni, come il cosiddetto “carattere”, le partite sottogamba, le strigliate, le estenuanti concentrazioni o la rabbia, che sono diventati il bagaglio più ingombrante del calciatore. Ma la creatività non è subito produttiva. Essa è una qualità che sta sopra la ragione e, quindi, si può esprimere anche contro gli stessi interessi personali e della squadra. La direzione, quindi, va disciplinata, perché se non si offrono all’individuo le condizioni migliori per esprimerla in senso positivo, essa tende spesso a servire scopi in contrasto con le esigenze di un lavoro di gruppo.
Anche troppa creatività ha i suoi rischi. Un’espressione troppo personale non si adatta e non partecipa a un comune modo espressivo. E qui arriviamo alla comunicazione. Se i messaggi non sono comprensibili, la creatività non è in grado di offrire grandi contributi. Anzi, spesso è più utile una buona comunicazione piuttosto che un superiore grado di creatività e di tecnica di alcuni che non si integrano nel gruppo. La creatività collettiva non può esprimersi senza un preciso rapporto. Non parlo di legami affettivi, perché il collettivo è impostato su basi più mature, dove prevalgono la stima e il riconoscimento del ruolo indispensabile di ognuno. Nelle squadre tradizionali, invece, s’instaura di solito una gerarchia basata sul prestigio tecnico: chi ne ha di più non è motivato a produrre nuove idee, mentre gli altri non ne hanno abbastanza per proporle.

La creatività è costruttiva soltanto se è libera di esprimersi, e sta alla nostra abilità valorizzare almeno le intenzioni e rendere comune ciò che è più utile al gruppo. Questo anche per risolvere eventuali contrasti e valorizzare chi non mostra ancora autorevolezza. È necessario liberare il campo da tensioni e paure, giacché il pensiero creativo di gruppo prende avvio solo dopo che sono stati rimossi i conflitti interni e si è creata una “mentalità costruttiva”, e solo quando ognuno partecipa con tutti i propri contributi. Ma soprattutto perché la consapevolezza di pensare e di agire a un livello comune e più evoluto è la condizione che rassicura e incoraggia nell’azione. Altre condizioni che incoraggiano sono le verifiche e la sicurezza che le proprie iniziative sono condivise e aderenti a uno schema di pensiero comune e che il saper ragionare secondo una comune metodologia fa trovare più rapidamente le soluzioni più adatte e valide contromisure coordinate.
La ricerca del collettivo ha bisogno di continuità: perché le nuove acquisizioni continuano a elevare il livello di funzionalità della squadra e perché via via nuove norme e metodi di lavoro obbligano ad applicarle e rivederle. E, soprattutto, perché anche una condizione felice, se non è indagata e allenata, è destinata a estinguersi.
Infine, come agisce il vero collettivo sul singolo? Il giocatore entra in campo consapevole di se stesso, delle possibilità della squadra e della forza dell’avversario. È abituato ad analizzarsi, a ragionare e a comunicare con i compagni ben sapendo che, da una collaborazione comune, le soluzioni nascono più numerose e complete, impegnano tutti in iniziative già programmate e previste e possono comunque nascere in qualsiasi momento con il contributo di tutti. In tale situazione, quindi, l’attenzione, la creatività e le energie sono indirizzate al gioco senza inutili dubbi, paure o iniziative personali non finalizzate alla collaborazione.

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