Lo sport

Sono allenatore qualificato UEFA B dal 2000, e ho allenato in società non professioniste sia nel maschile sia nel femminile per diverse fasce di età e con obiettivi diversi tra loro.

Nelle prime categorie, intendo nelle fasce fino ai 10-11 anni, la differenza tra maschi e femmine non è rilevante. Il gioco è alla base dell'allenamento e, in entrambi i casi, la figura dell'istruttore è ancora l'esempio da seguire.

Per quanto riguarda, invece, l'età dell'adolescenza, s’iniziano a percepire le prime differenze. Allenare gruppi di ragazzi è più difficile a livello di attenzione, perché più svogliati e poco propensi al sacrificio. Allenare gruppi di ragazze, invece, è più interessante, per l'attenzione, la concentrazione e la voglia di fare.

Dal punto di vista del gruppo, nelle femmine inizia a caratterizzarsi tra le giocatrici il fenomeno del leader che, se non tenuto a bada dalle società, rischia di compromettere la solidità del gruppo. In questo caso, la figura dell'allenatore diventa, secondo me, un elemento non totalmente in sintonia con la squadra, perché la capacita di mediazione e pseudo amicizia aiuta solo a traghettare la fase di crescita, mentre non basta più quando si deve stare dentro regole precise. Bisognerebbe che le società le stabilissero, al fine di non lasciar fare alle ragazze e ai genitori quello che vogliono. La situazione purtroppo non è così, e il problema è il non rispetto dei ruoli. Il fenomeno è più complesso di quello che sembra: tutti si sentono allenatori, insegnati, medici, e chi più ne ha più ne metta.

Nelle squadre adulte la differenza principale è che, oltre alla richiesta di una conoscenza tecnica qualificata e dimostrata da parte dell'allenatore. In entrambi i gruppi, i rapporti interpersonali sono sostanzialmente differenti: per quanto riguarda i maschi implicano il sapersi relazionare con il gruppo mentre, per quanto riguarda le femmine, il sapersi relazionare con il singolo e con il leader del gruppo. Nelle squadre femminili, teniamo anche conto che le relazioni personali tra atlete a volte destabilizzano il gruppo.

Personalmente, nel femminile in squadre grandi ho vissuto con lo stesso gruppo la vittoria di un campionato e la salvezza all'ultima giornata, e in quel caso ho fatto leva sull'orgoglio personale di ogni singola giocatrice per raggiungere l'obiettivo. Lascio a te qualsiasi commento o integrazione.

Penso che allenare in categorie non professionistiche sia una buona palestra per imparare. Ultimamente sto cercando di relazionarmi con le squadre solo sul piano tecnico/tattico, senza nessun coinvolgimento emotivo per capire quale delle due strade sia la più proficua. Con l’Inter femminile, categoria primavera, non ha funzionato, tuttavia non essendo un caso a fare la storia, penso che per qualche anno ancora continuerò su questa falsa riga per poi capire quale sia la giusta strada.

Resto in attesa di tuoi commenti. Ciao

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