Le domande dei genitori

È utile dire ai figli che possono raggiungere grossi traguardi, magari anche il successo? 

Quando non sono ragionevoli o il giovane non li sente raggiungibili, i grossi traguardi non sono stimoli utili.

Le vittorie sicure, i guadagni, la possibilità di conquistare il centro della scena, in pratica il successo o la competizione per raggiungere posizioni di prestigio sono prerogativa di pochissimi, mentre per gli altri sono illusioni pericolose e causa di disagi personali.

Perché si fa? Con il bambino è inutile, perché vuole vincere adesso, e non riesce a pensare che una precisa applicazione di schemi o l'apprendimento di un agonismo imposto e non misurato gli possano far raggiungere obiettivi futuri. Per lui la gara è tutta qui e ora, e serve solo per soddisfare le proprie motivazioni, e non le nostre. In pratica, s’impegna e compete senza bisogno di nessun incitamento.

Vorremmo offrire quelle motivazioni di cui, a torto, crediamo che i giovani siano sprovvisti, ma il risultato è di far perdere quelle che hanno. Se credono a questi stimoli, imparano a manipolare le situazioni e gli altri o, quando si rendono conto di non riuscire, si ritirano, oppure si sottomettono per avere vantaggi, ma non acquisiscono sicurezza.

Quando proponiamo attese non realistiche, stimoliamo paura di fallire, e li costringiamo a ripetere solo ciò che è già acquisito, a garantirsi in misura ossessiva dal rischio dell'errore e a trascurare il naturale desiderio di creare e di fare, che è il vero motore dell'evoluzione. Inoltre, la richiesta di grossi traguardi fallisce anche perché siamo costretti a indicare modi, trucchi e scappatoie per ottenerli. E li costringiamo a impiegare le soluzioni e i modi che già conoscono, invece di allenarli a scoprire e sviluppare le loro potenzialità e qualità, che sono le uniche risorse per raggiungere quelli possibili.

Per motivare di più verso lo sport, la scuola e tutti i campi dell’apparire, e a lavorare adesso per avere grossi risultati più tardi, puntiamo molto sull'ambizione. Occorre cautela, perché anche uno stimolo che dovrebbe spingere a migliorare e ad arrivare a tutto ciò che è permesso alle nostre capacità, a valorizzarci e a trovare la posizione migliore in relazione all'impegno che profondiamo, va stimolato, ma se sbagliamo, non è innocuo. È troppo facile cadere nel rischio, molto pericoloso, di proporre uno stimolo eccessivo e non accettabile, come prevalere nei confronti e a spese degli altri, l'arbitrio di poter scegliere qualsiasi mezzo per vincere, la libertà di essere arroganti e vanitosi o la scorciatoia per superare disagi e timidezze personali.

Se siamo convinti che puntare a ciò che è possibile sia un limite che frena, al bambino non procuriamo grossi danni, perché non ci dà retta o si appaga di dell’entusiasmo che manifestiamo per ogni piccolo gesto. Più tardi, questa nostra illusione grandiosa richiede verifiche e conferme, e allora le conseguenze sono due. I figli prendono atto di avere fallito in qualcosa in cui avevano creduto e sembrava possibile perché veniva da noi, con sensi di colpa, inadeguatezza e inutilità che invade anche gli altri campi. Oppure vivono la finzione di sentirsi sopra di tutti senza avere alcun merito, nell'illusione che sia sufficiente crederlo per sentirsi migliori, e nella convinzione che siano leciti tutti i mezzi che usano per soddisfarla.

Nello sport i campioni solo per noi non vanno bene come potrebbero, perché si sentono dei predestinati che non hanno neppure bisogno di impegnarsi per riuscire. Sono rissosi e divisi in clan, perché l'ambizione troppo stimolata diventa un tratto troppo personale e si rivolge anche contro i compagni. Cercano scappatoie e non si misurano volentieri sulle capacità reali e inseguono più miraggi che traguardi concreti e raggiungibili. E rischiano più degli altri, perché non apprezzano la validità di ciò che sanno realmente fare, fanno poco per superare i loro limiti, che tra l'altro non conoscono e, neppure troppo strano, cercano continue conferme nell'opinione di tutti.

Chi crede nel successo sicuro si carica d’insicurezza, che è il vero freno alle ambizioni. Non sa impiegare le proprie forze in modo consapevole, ha sempre più paura di sbagliare e di non farcela, accumula insuccessi inseguendo traguardi irraggiungibili e fa poco per raggiungere quelli possibili.

Quando si prospetta a un ragazzo un futuro dorato, bisogna anche attribuirgli qualità che non possiede, chiedergli più di quanto può dare e non lesinare le esaltazioni. Si fa per anche per premiare i migliori, ma si procura più risentimenti che approvazione. Non si può premiare tutti allo stesso modo, e allora quelli che si sentono ignorati si lamentano perché il loro impegno non è abbastanza apprezzato e creano tensioni, mentre quelli sanno di non poter accampare pretese si abbattono, e non danno quello che potrebbero. I “premiati”, che logicamente ricevono più pressioni perché devono dare più risultati, invece, credono di poter usare il loro impegno, che è solo il rapporto normale con lo sport, per attribuirsi più meriti di quanti gliene spettino. Mettono le mani avanti accusando i compagni di non essere all'altezza, pretendono di avere attenzioni, considerazione, e a volta anche licenze. E a volte, proprio perché sono trattati come fenomeni, con una specie di pensiero magico e poco critico, credono di potersi permettere tutto, compreso un minor impegno in allenamento o, addirittura, anche in gara, senza avere mai nessuna colpa.

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