Le domande dei genitori

Io dico sempre a mio figlio che chi non è primo, in qualsiasi modo lo sia, non è nessuno. 

Caro genitore, sarò crudo, perché l’ambizione è solo tua. Chissà che non ti serva.

Come potrà crescere tuo figlio, te lo dirò se me lo chiederai.

Un giovane senza ambizioni è un problema, ma uno con ambizioni non sue o assurde lo è ancora di più. “Devi avere ambizione” è il ritornello che canta ogni genitore deluso, ma non basta incolpare per risvegliarla. Sul termine bisogna intendersi, perché, come in ogni campo, il significato dipende dall’interpretazione del termine, dai modi di esercitarla e dagli obiettivi.

Vediamo prima la definizione positiva. Se la intendiamo come desiderio di valorizzare i propri meriti, volersi verificare o arrivare dove consentono i propri mezzi, non si può vivere senza ambizione. Da un altro punto di vista, l’interesse per un obiettivo legittimo, cercato con mezzi leciti e non per sopravanzare “l’altro” è un segno positivo e indispensabile del carattere, la molla del progresso e l’antidoto all’appagamento, alla rassegnazione e all’inerzia. In questo caso, parliamo di volontà di evolvere, dar fondo alle proprie energie e potenzialità e scoprire il nuovo stando sempre nei limiti del possibile.

Oggi si afferma che un’ambizione regolata e solo indirizzata verso la soddisfazione personale sia una molla annacquata. Se, però, deriva dalla scoperta e dall’uso delle proprie potenzialità, dall’esercizio della creatività per arrivare fin dove le qualità lo consentono, dal raggiungimento degli obiettivi possibili e dall’apprezzamento dell’ambiente, cioè dal pieno esercizio delle proprie motivazioni, dobbiamo parlare di vantaggi.

Un’ambizione ragionevole e misurata consente di assorbire le sconfitte quando si è fatto il possibile, di prendere coscienza delle proprie possibilità e di non cercare responsabilità nel caso o negli altri, di vivere l’avversario come un compagno di giochi o un concorrente e non un nemico, di stare nelle regole senza pensare che essere ambiziosi significhi cercare di arrivare in testa al gruppo senza badare ai mezzi che si usano.

Come possiamo definire l’ambizione “giusta”?

  • Dar fondo alle energie per vedere dove possiamo arrivare;
  • giocarci tutte le possibilità senza essere frenati dalla paura di perdere;
  • impegnarci per un obiettivo nostro, senza bisogno di stupire e avere l’applauso di tutti;
  • godere nella costatazione delle nostre abilità;
  • conquistare le cose sicuramente perché servono, ma soprattutto perché piacciono;
  • prefiggerci delle mete e desiderare di conseguirle;
  • impegnarci per sviluppare il nostro talento;
  • realizzare i nostri obiettivi prima per noi, e solo dopo per gli altri;
  • lavorare per la accrescere nostra autostima;
  • sul pratico, anche desiderio di migliorare la nostra condizione nei confronti degli altri;
  • ottenere dei meriti e realizzarci a livello personale.

Come definire, invece, un’ambizione sregolata? Potrebbe essere l’affanno di dover essere e avere più di tutti; togliersi dalla condizione intollerabile di non contare; liberarsi da complessi d’inferiorità che continuano a ingigantirsi; non avere altri mezzi per fornire prova del nostro valore; o cercare approvazioni e riconoscimenti da quelli che si vorrebbero considerare degli sconfitti.

Definiamo, allora, chi consideriamo corroso da un’ambizione sregolata.

Questo tipo di ambizioso è chi:

  • si prefigge obiettivi impossibili, e il primo è essere sopra tutti;
  • non trova piacere dalla normalità e dal possibile, perché vale solo se vince;
  • combattere sempre e contro di tutti, perché il chiodo di essere solo primo, invade tutti i ruoli;
  • va contro l’ostilità di tutti, perché svalorizza gli altri per essere primo anche senza meriti;
  • per una guerra mai vinta, perde altri interessi che potrebbero essere più appaganti;
  • ha la posizione del ciclista: pigia su chi sta sotto e china la testa con chi sta sopra;
  • è solo, perché non entra in sintonia con gli altri;
  • guarda solo glutei, perché davanti c’è sempre qualcuno più “primo”;
  • si misura per bisogno, e non per piacere e interesse;
  • non si rassicura mai e accresce il disagio, perché gli mancano le verifiche dell’ambiente;
  • si misura con scappatoie, trucchi, furberia e cinismo, ma così penalizza il proprio valore;
  • vive di scontentezza, perché le vittorie solo momentanee non danno certezze.

A questo punto, qualcuno penserà a un discorso da bacchettone, e allora è meglio dire che De Coubertin affermava che nello sport l’importante è partecipare, ma anche che, se si corre più forte, l’obiettivo è vincere. Il successo personale, quindi, non è arroganza né offesa e mancanza verso chi è più debole, ma la logica conseguenza dell’impegno nell’uso delle proprie capacità, mentre chi ha sempre bisogno di conferme non vince mai, e deve sempre ricominciare.

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