Le domande dei genitori

Conosco un bambino di dieci anni che...

... dopo aver giocato a calcio alcuni anni in una società dilettantistica, da quest’anno ogni 10 giorni viene portato nel centro sportivo di una società professionistica.

Domanda: “Non è troppo presto?” Gli istruttori non lo prendono neanche in considerazione, lo buttano dentro e via. Le società maggiori trattano i bambini con i loro metodi, ma i bambini non dovrebbero essere trattati come tali? Bisogna dare tempo per vedere i risultati?

Caro Alessandro

Utilizzo la Sua domanda per allargare il discorso. Per quello che so e mi ha detto al telefono, la risposta è semplice: il bambino si dichiara contento, e questo dovrebbe bastare per tranquillizzarsi e lasciarlo continuare, perché a dieci anni si fa con passione solo ciò che piace altrimenti, potendo, si smette, o ci si trascina senza entusiasmo. Occorre, però, vigilare.

Scomponiamo la sua domanda.

“A cinque anni ha voluto in tutti i modi che lo portassero a fare calcio... ”. È giusto che un bambino possa praticare lo sport che più gli piace e non quello che ha scelto il genitore, ma è anche facile farglielo piacere parlando solo di quello. Per lui, infatti, è anche importante “accontentare”, e magari non deludere, il genitore per ottenere più considerazione e interessamento.

“Negli anni seguenti si è distinto per le sue doti naturali…”. Scoprire nuove qualità vedere i miglioramenti e distinguersi per le proprie abilità sono forse le motivazioni più prementi, anche perché al campioncino si offrono più opportunità per giocare con il proprio talento piuttosto che essere costretto a imitare i gesti del campione, che è diverso per età, mezzi e prospettive, e quindi non è imitabile. In pratica, chiunque si avvicina di più ai propri limiti sviluppando le qualità di cui dispone piuttosto che tentando un’imitazione impossibile.

“Su richiesta di una società professionistica, ogni dieci giorni viene portato nel loro centro giovanile". Domanda: "Non è troppo presto?”. È troppo presto, e poi è un metodo per scremare quelli che sembrano migliori, salvo trattenerne qualcuno e scartare tutti gli altri dopo averli illusi. Certo, giocare con altri ugualmente dotati è un vantaggio, perché tutti imparano dagli altri, la creatività di ognuno si somma a quella degli altri per diventare comune e più elevata di quella dei singoli, e non si è esclusi perché tutti danno contributi ugualmente importanti.

“Le società maggiori educano i bambini con i loro metodi”. Per scoprire tutte le qualità e far emergere il talento, o anche solo ciò che è specifico di ognuno, non ci sono due metodi, perché tutti i bambini crescono nello stesso modo. Piuttosto, è più facile che nelle società maggiori si lavori subito per “fare il giocatore adulto”. In pratica, si anticipa la specializzazione a un’età nella quale il bambino non è preparato e, in modo paradossale, si soffoca proprio il talento (vedete “Specializzazione precoce”) e tutte le qualità personali che si scoprono e si sviluppano solo lasciando libera la propria creatività.

“Gli istruttori non lo prendono neanche in considerazione: lo buttano dentro e via…”. Un bambino ha bisogno di essere riconosciuto come persona, di sentire la vicinanza e l’apprezzamento dell’adulto e di sviluppare rapporti con i coetanei, e state insieme qualche ora ogni dieci giorni non permette nulla di tutto questo. Dà un senso di estraneità e perpetua l’incapacità a fare gruppo e cooperare che fino a quell’età, e anche oltre, è del tutto naturale, ma si deve operare per superarla.

“Bisogna dare tempo per vedere i risultati?” I cambiamenti del fisico, del carattere e delle qualità tecniche sono ancora troppi per prevedere dei risultati ma, in una formazione che procede senza grossi errori, è già possibile prevedere lo sviluppo delle qualità della mente.

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