Le domande dei genitori

Mio figlio è un campioncino e non voglio sbagliare. Quale società sportiva devo scegliere per non guastare il suo talento?

Caro (……), tu vorresti complimenti e felicitazioni ed io te le canto senza indulgenza, ma non te la prendere. Scrivimi ancora, perché ci conosciamo, le tue domande sono stimolanti e sull’argomento c’è ancora molto da dire. Prima di tutto, però, se non vuoi essere tu a guastargli il talento, lascia che sia ancora un bambino come gli altri.

Cerca una società comoda, a portata di portafogli e dove si pensa prima di tutto a lasciare che tuo figlio si diverta. Non scegliere, invece, quella organizzata come fosse una fabbrica che produce campioni, che per un bambino è innaturale e non gradita, nella quale “non si viene per giocare”, come dicono certi istruttori che vedono lo sport come un duro lavoro che richiede sacrifici. E senza paura di sbagliare. Non è strano che il gioco e il divertimento siano più efficaci di un discorso tecnico o dell’imitazione di un campione: per un giovane, talento o semplice praticante, sono gli strumenti per arrivare all’intuizione, alla creatività e all’ingegno.

È logico sperare che un figlio o un allievo siano dei talenti, ma non trattiamoli subito da campioncini o da piccoli adulti. “Così non si abituano i bambini a vivere subito lo sport degli adulti”, obietta qualcuno. E allora, sbaglia tutto la scuola, che inizia dalle elementari e non dall’università?

Prima di scegliere una società, quindi, informati e vai a controllare come sono trattati i bambini. Verifica che la formazione non sia semplice addestramento che chiede solo perfette imitazioni, non lascia spazio alla creatività e all’iniziativa libera, condanna l’errore anche quando è un tentativo solo non riuscito per sperimentare il nuovo, e valuta il risultato prima delle intenzioni e dell’impegno. Attenzione, quindi, alla formazione precoce, che trasforma quello che dovrebbe essere un gioco in un lavoro, e vorrebbe chiamare in causa il pensiero astratto e la progettazione a lungo termine, che il bambino non possiede ancora, perché vive qui e ora, percepisce solo attraverso i sensi.

Diffida dell’istruttore che usa maniere troppo brusche o vuole costringere i bambini a fare ciò che farebbe lui. È quello che si limita a ordinare, rimprovera per un errore o un’iniziativa non pensata da lui, urla, insulta, umilia o punisce. Noi genitori spesso accettiamo, perché lo deleghiamo ad assumersi compiti che ci sono sfuggiti, ma in questo modo perdiamo altro rispetto. Oppure, è quello che ha sempre pronte tutte le soluzioni. Un esempio osservato su un campetto di calcio. L’allenatore di una squadra di bambini di dieci, undici anni corre seguendo ogni azione. Dirige il gioco urlando ciò devono fare e non sbaglia mai, perché è preparato. Può sembrare un insegnamento logico, ma un occhio attento avverte subito l’impaccio. I bambini sono imbarazzati, aspettano di essere imboccati, non si cercano e non provano nulla di nuovo. Il suo errore è non considerare che il talento è una dote personale e diversa per ognuno che si esprime solo quando la situazione che si sta verificando, o che si vuole far accadere, richiede una scelta che interessa l’intuizione, la creatività e la rapidità dell’esecuzione.

Evita le società in cui si cerca di stimolare con valutazioni eccessive, pressioni esasperate e lodi che tuo figlio non ha meritato o, al contrario, con critiche immotivate e giudizi che lo scoraggiano. Oppure altre in cui, per ottenere un impegno feroce, gli indicano traguardi impossibili, lo richiamano ai sacrifici, al senso del dovere o all’orgoglio che, specie durante il periodo evolutivo non solo sono stimoli efficaci, ma a armi spuntate e, addirittura, pericolose. Il bambino, che risponde al gioco e al piacere, ne è confuso e impaurito. Dovrebbe regolare l’attenzione e l’impegno verso obiettivi e compiti lontani e solo ipotetici che non sa neppure immaginare, mentre ha bisogno di lasciar fluire liberamente la creatività e l’iniziativa verso scopi che riesce a vedere. Inoltre, avverte troppo l’obbligo della vittoria e, inevitabilmente, è frenato dalla paura della sconfitta, che lo costringe a usare solo i gesti che conosce per non sbagliare, ma a spese del talento.

Anche noi genitori dobbiamo stare attenti. Quando siamo convinti che valorizzare qualità che non ci sono sia utile, in realtà dimostriamo di denigrare quelle reali. Se crediamo che nostro figlio sia un campioncino, cerchiamo di fare una parte che non è nostra: non può sbagliare, e allora facciamo gli allenatori a casa, nell’allenamento e in gara. Fare qualcosa ci sembra sempre utile, ma in questo modo lo sovraccarichiamo di fatica e disturbiamo il lavoro dell’allenatore, che deve pensare all’interesse della quadra e di tutti, mentre noi, che vogliamo o no, cerchiamo di insegnare soltanto ciò che può farlo primeggiare.

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