Le domande dei genitori

I nostri ragazzi-atleti sono accompagnati a fare sport dai genitori...

... e sempre più spesso, durante le gare o le selezioni, sentiamo frasi del tipo “Spezzagli le gambe!”, “buttalo a terra!”, “Tu sei il più forte di tutti”.

Addirittura, molte volte questi genitori rimproverano in malo modo il tecnico o anche la società, perché magari il figlio è stato in panchina o non ha giocato tutta la partita, oppure non è rientrato nella chissà quale selezione provinciale o regionale, e così via.

Questi atteggiamenti e comportamenti influiscono molto sui figli e sull’andamento sportivo, giacché non hanno nulla di sportivo (Fair play). La società contemporanea ci mette in continua competizione con gli altri, e questo ci porta a essere continuamente giudicati nel bene e nel male. Nello sport, il giudizio esterno conta molto: se un ragazzo è goffo, non sa muoversi e non ha accanto un istruttore capace di leggere queste dinamiche, sarà automaticamente tagliato fuori dal gruppo. Se, però, avrà accanto un genitore positivo, supererà questo ostacolo impegnandosi ancora di più e riuscirà al meglio delle sue possibilità mentre, se accanto ha un genitore negativo che cerca di vivere attraverso di lui e gli dà esempi negativi, non supererà il suo handicap.

Questa società si basa sulla “teoria del più forte”, o sei forte e bravo oppure sei fuori dal turno! Nelle società sportive le discriminazioni non mancano, e il rapporto con il genitore diventa fondamentale per il rendimento sportivo del ragazzo. Purtroppo, molte volte capita che il genitore non è soltanto chi si limita ad accompagnare il figlio/a in palestra, ma che vuole avere un ruolo attivo societario, oppure comincia a fare osservazione sugli allenamenti e sull’allenatore. Nell’ultimo caso specifico, è compito della società essere dalla parte dei tecnici e far in modo che i genitori capiscano i loro limiti.

Una base teorica alla cooperazione sociale

Cooperare o no: il dilemma sociale.

Dal punto di vista evoluzionistico, lo scopo fondamentale della vita sociale sta nella cooperazione. Le formiche, i lupi, gli scimpanzé e gli uomini vivono e lavorano insieme ad altri della stessa specie perché, cooperando con gli altri, anziché restare da soli, riescono a soddisfare meglio certi bisogni connessi con la sopravvivenza. Ma, mentre collabora con gli altri per uno scopo comune, ogni membro del gruppo è allo stesso tempo anche un singolo individuo, con suoi interessi personali che possono essere in conflitto con quelli del gruppo nel suo complesso.

La tensione conflittuale fra agire per il bene comune del gruppo (cooperazione) e agire per il proprio tornaconto egoistico a spese degli altri (defezione) si esprime in forma di dilemma sociale. Si ha un dilemma sociale ogni volta che una data strategia di azione o di inazione porterebbe un beneficio al singolo individuo che la mettesse in atto, danneggiando al contempo gli altri membri del gruppo, e causerebbe più danni che benefici a ognuno se fosse adottata da tutti.

L’importanza dei dilemmi sociali per la sopravvivenza della nostra specie è stata sufficientemente illustrata da Garrett Hardin mediante un’allegoria, detta “la tragedia dei pascoli comuni”. Hardin paragona l’intero pianeta ai pascoli comuni che si trovano al centro della città di New England. Quando il numero dei capi di bestiame che pascolavano in quei campi raggiunse il livello critico che il territorio era in grado di sostenere, ogni allevatore si trovò a dover risolvere questo dilemma: “È opportuno che io aggiunga un’altra mucca alla mia mandria? Una sola mucca non porterebbe gran danno al pascolo né ai vicini, mentre per me vorrebbe dire aumentare in modo significativo i miei guadagni. Ma se ognuno di noi aggiunge anche una sola mucca, il pascolo non sarà più sufficiente e morirà”.

La situazione si risolve in tragedia se ogni allevatore fa poi questo ragionamento: “Non sarà la mia mucca in più, ma quella di tutti gli altri, a determinare la sorte del pascolo comune. Se tutti gli allevatori aumentano il loro numero di capi io ci rimetterò, ma ci rimetterò ancora di più se lo faranno tutti tranne me”. E poiché tutti aggiungono un’altra mucca, il pascolo diventa insufficiente e le mucche muoiono, e la perdita ricade su tutti gli abitanti della città.

Tutti noi ci troviamo costantemente di fronte a dilemmi sociali, alcuni di una scala così grande da coinvolgere come un unico gruppo tutti gli appartenenti alla specie umana, altri invece di una scala molto più piccola.

Qualunque progetto che coinvolga un impegno comune o un contributo volontario pone un dilemma sociale. In ognuno dei casi l’impegno sociale o il contributo volontario rappresentano la scelta individuale di cooperare. Ogni giorno ci troviamo ad affrontare dilemmi sociali. Quali sono i fattori che ci portano a cooperare oppure no, in una data circostanza particolare? Per prima cosa, vediamo più da vicino qual è la logica sottostante al dilemma sociale, così come viene esemplificata da vari tipi di giochi, poi passeremo a esaminare alcuni adattamenti psicologici umani atti a risolvere i dilemmi sociali nella vita di ogni giorno.

Quando devono affrontare un dilemma sociale, nella vita reale e talvolta persino nelle situazioni sperimentali in laboratorio, le persone dimostrano di voler cooperare più di quanto ci si potrebbe aspettare se le loro scelte si basassero soltanto sul proprio interesse immediato. Molte persone s’impegnano in modo notevole in progetti comuni, anche all’interno di gruppi molto numerosi: molte versano un contributo volontario per la televisione pubblica, e alcune decidono di andare in bicicletta o di usare i mezzi di trasporto pubblici anziché l’auto, in modo da ridurre l’inquinamento e contribuire così alla salvezza del pianeta. [1]

 

Conclusioni

Il rapporto genitore-atleta deve essere giusto ed equilibrato.

L’importante per un figlio è che lui si sia divertito senza portarlo all’esasperazione della vittoria.

Il genitore deve comprendere che lui deve vivere la leggerezza della sua età, senza appesantirlo con discorsi retorici.

 

Dalla parte del genitore, quattro buone regole:

1.    non cercare di vivere attraverso tuo figlio;

2.    se credi che l’allenatore non stia svolgendo un buon lavoro, non comunicarlo a tuo figlio;

3.    non dare suggerimenti tecnici durante la partita;

4.    non dare un cattivo esempio urlando contro arbitri e avversari.

 

Dalla parte dell’atleta figlio, cinque buone regole:

1.    non ricorrere al padre/madre nel momento in cui si gioca o si viene rimproverati;

2.    cercare una relazione di feedback con l’istruttore;

3.    fare il proprio dovere, non arrivando in ritardo agli allenamenti, alle partite;

4.    parlare con il proprio istruttore se si hanno problemi;

5.    nel momento in cui non ci si diverte, confidarsi tranquillamente senza paura;

 

Dalla parte dell’istruttore:

1.    motivare sempre i propri atleti;

2.    essere esempio di precisione, puntualità ed efficienza;

3.    spiegare gli esercizi in modo semplice e adeguato;

4.    cercare un dialogo con la propria società, cercando un filo comune;

5.    cercare di non avere un rapporto con i genitori, e soprattutto di non dare giudizi sui loro figli.

 

Giovanna ci ha anche proposto un esercizio: trovare i dilemmi sociali che si verificano su un campo di calcio, pallacanestro o altro. Fatecelo sapere, e li pubblicheremo.



[1] Psicologia, P. GRAY, Editore Zanichelli, pagg. 510.

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