Le domande dei genitori

Il genitore che non considera le capacità del figlio e chiede realizzazioni impossibili, non lo porta alla responsabilità, all’autonomia e alla socializzazione, non gli consente di sviluppare il talento e lo rende insicuro e inadeguato.
L’allenatore non apprezza mio figlio come merita e i compagni non lo cercano. Gli dico di rispondere con gli stessi modi, perché lo fanno per invidia e cattiveria.

Caro genitore, sarò esplicito. Quando perdiamo le misure, se ne va anche il senso critico e lo facciamo perdere anche ai figli. Ci sentiamo perseguitati, tutti sono ostili e sviluppiamo rapporti negativi con l'ambiente e, alla fine, per le nostre sollecitazioni i figli arrivano a cercare solo la disponibilità servile degli altri e non riescono a vivere rapporti basati sulla reciprocità dei diritti e dei doveri neppure con noi.

Non cadere nel tranello di quei genitori che vorrebbero i propri figli sempre primi della classe senza sapere se ne hanno i mezzi, e così quello che lo è lo sa già e non ha nessun senso riconoscerglielo, mentre tutti gli altri devono prendere atto di non potercela fare, che in questo caso vuole dire sentirsi incapaci e sconfitti. E quando cedono perché non ce la fanno, la colpa è sempre dell’insegnante che “non sa fare il suo mestiere” e “non lo vede bene”, dei compagni che li evitano o di qualche materia per la quale non sono portati. È facile allora che li convincano di essere vittime impotenti di ogni cattiveria, li autorizzino a rimanere inerti anche quando devono meritare ciò che intendono ottenere o li spingano a imporre le loro richieste in modi inadeguati agli altri fino a incontrare la loro inevitabile reazione. E di qui ad attribuire l'ambiente intenzioni ostili da combattere con altrettanta ostilità, o più spesso sviluppare un rancore impotente, il passo è breve.

Qui parliamo di sport. Per fortuna non va sempre così perché la situazione non sono mai tanto esasperate, anche se un genitore assatanato di gloria personale da assicurarsi attraverso il figlio può essere altrettanto dannoso. Nello sport, un giovane può perdere interesse senza patirne, avere a che fare con persone più equilibrate e concrete, impegnarsi più per il piacere del gioco che per l’apprezzamento che riceve o interpretare stimoli e pressioni solo come un banale fastidio. E, soprattutto, a differenza di quanto avviene per la scuola, se si stufa, smette. Questa considerazione in parte rassicura, anche se relega il genitore a un ruolo marginale.

Quando un genitore spinge il figlio con questi sistemi, qualche conseguenza è quasi inevitabile. Si fa sport per stimolare la creatività, l’autonomia, la responsabilità, la scoperta delle qualità e la socializzazione, ed è naturale che ognuno competa e cerchi di valorizzarsi, ma se non lo fa scoprendo nuovi mezzi, sviluppando abilità e cercando soluzioni originali, si ripete sempre e non va oltre un puro atteggiamento difensivo. La creatività, per esempio, è produttiva se ha scopi, regole e una direzione ben precisa e se può impiegare tutte le risorse della persona. Altrimenti siamo di fronte a una difesa che si limita a sminuire o a neutralizzare le possibilità degli altri e, quindi, è adeguamento, e mai innovazione.

Gli stimoli che invia questo genitore non insegnano neppure a competere. Il giovane che non sa quanto vale e attribuisce agli altri la responsabilità dei propri disagi, non sa competere neppure quando potrebbe e dovrebbe vincere. Può competere se l’avversario usa gli stessi sistemi, altrimenti non c’è partita. Oppure se non deve dare una concreta misura di sé, ma cede alla paura di non farcela e di essere impreparato non appena deve confrontarsi in campi non ancora praticati o su capacità non collaudate. E intanto prendono il sopravvento la mancanza di coraggio d’iniziativa e, come in questo caso, l’ostilità e il rancore, e allora diventa difficile anche ottenere i risultati possibili.

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