Le domande dei genitori

L’amicizia presuppone che entrambi gli elementi del rapporto siano liberi e responsabili nell’espressione di opinioni e iniziative e non debbano mai essere biasimati e corretti. È possibile tra genitori e figli?

L'amicizia è un rapporto alla pari. Un amico confronta le opinioni e accetta che non concordino, non proibisce e non ordina consiglia, ma non pretende di educare. È possibile con un figlio? Abbiamo avuto un’epoca in cui, per risolvere il conflitto tra generazioni si auspicava l’amicizia tra padri e figli quando questi ultimi hanno vissuto una stagione di predominanza, ma di solito i risultati non sono stati favorevoli. Abbiamo avuto generazioni in cui i primi non sono più stati guide credibili, e i secondi sono rimasti confusi e in difficoltà senza avere chiaro che cosa significhi essere padri o figli.

Il mondo è diverso da com’è descritto in quest’articolo, perché si cercano le cose da modificare e s’ignora che la maggioranza dei giovani vive una condizione educativa in cui il genitore è la guida, e il figlio s’impegna per raggiungerlo e superarlo.

Per mettere in guardia, analizziamo il caso di un figlio appagato da un rapporto solo amichevole e, quindi, privo di desiderio di far valere le differenze. In questi casi, un figlio rischia di essere una fotocopia sbiadita. Perde l’opportunità di verificarsi e di coltivare la propria individualità che, per le nostre convinzioni, è la somma di ciò che si riceve dai caratteri adulti del genitore con lo sviluppo di tutte le proprie potenzialità. In pratica, l’educazione è completa quando un figlio può superare il genitore.

Nel caso che analizziamo, il genitore crea condizioni prive di divergenze che impediscono al figlio di criticare, decidere, scegliere o non essere d'accordo e rifiutare, che sono i caratteri di un rapporto alla pari tra adulti che sono amici pur non condividendo le stesse convinzioni. In questo modo, sopisce quella giusta resistenza che porta a crearsi opinioni personali, anestetizza la critica, la creatività e l'iniziativa e, anche se trasmette i propri modi e pareri, non la sicurezza e l’iniziativa per verificarli e superarli. E i figli, appagati dall’attenzione che ricevono, si adagiano in un'adesione passiva senza sentirsene condizionati. Accettano l’esperienza del genitore senza resistenze, ma così non soddisfano la curiosità, l’impulso a verificare e verificarsi, a fare o a proporre qualcosa di proprio. Sono i casi di giovani accoccolati in questa condizione protetta e troppo isolata che non responsabilizza, perdura fino all’età in cui dovrebbe essersi imposto il desiderio di autonomia e li imprigiona in un rapporto privo di occasioni per far valere le proprie opinioni o, magari, esprimere soltanto una divergenza.

Neppure in questi casi, che pure possono sembrare fortunati, però, il clima di apparente amicizia elimina la necessità di proibire, pretendere o correggere. Il figlio solo abituato ad annuire ed eseguire alla fine pretende di dire e imporre la propria, ma difficilmente ha sviluppato la misura e i modi per collaborare, e allora possono nascere l’ostinazione e il conflitto ma, soprattutto, si perdono i vantaggi di un vero rapporto educativo.

Non facciamola tragica, ma non escludiamo esiti imprevisti che si verificano più facilmente di quanto si creda. Un figlio, anche senza esserne consapevole, può voler reagire a un comportamento del genitore che interpreta come disinteresse o rifiuto di riconoscere le differenze e il bisogno di autonomia. Può reagire con la mancanza d’impegno, la rinuncia e il ritiro in passatempi inutili, o anche con scelte autolesive. Per esempio, non viene il dubbio che ricorsi alla droga, fallimenti inspiegabili o scelte arrischiate e pericolose siano la risposta a volte consapevolmente crudele a un comportamento del genitore che ha dato tutto, ma non la libertà di sentirsi autonomi e indipendenti? Oppure, che un figlio usi la debolezza o l’affetto dei genitori per ricevere protezione e tolleranza e non doversi impegnare nella vita adulta?

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