Le domande dei genitori

Se un ragazzo è troppo timido e insicuro, o si ritira sempre di più nei confronti dei coetanei senza un motivo, il genitore provi ad aiutarlo, ma se non ce la fa, chieda aiuto ad altri.

In casa mio figlio è solo un po’ taciturno e introverso, ma con i coetanei si chiude e non si fa valere fino a voler smettere con lo sport.

Questo genitore pone una domanda che forse interessa più il carattere che i rapporti con lo sport. È giusto, però, dare un parere, perché potrebbe anche trattarsi di qualche disagio più profondo.

Facciamo prima conto che questo ragazzo sia semplicemente timido, e poi analizziamo il suo rapporto con lo sport. La timidezza è il modo di proporsi di chi è insicuro nei confronti delle situazioni e degli altri perché non se ne sente all'altezza e ne teme il giudizio. È uno stato d'animo diffuso che crea una barriera che sembra nascondere e proteggere, ma in realtà rende impacciati e ancora più visibili.

Il timido evita tutto ciò che lo può esporre a un giudizio, dai rapporti più innocui agli atti e atteggiamenti più abituali fino alle comuni responsabilità. Vive nella paura di essere giudicato inadeguato e non all'altezza e, se può, si nasconde, anche se, nelle situazioni pratiche che dipendono da lui, può non essere passivo e rinunciatario. Non sa valutarsi e presentarsi disinvolto e spontaneo anche perché è convinto che, per essere come gli altri ed essere accettato occorra presentarsi migliore di quanto non sia, in modo da ottenerne l'apprezzamento. Per esempio, in gruppo ha paura di non valorizzarsi solo ascoltando e partecipando al clima e alle emozioni che creano gli altri, si sente osservato, e ritiene di dover essere protagonista e fare qualcosa di rilevante per essere come loro, oppure si estranea. E i coetanei se ne accorgano e ne approfittano, perché tra i giovani è facile gloriarsi nel gruppo accanendosi contro il più fragile. Si potrebbe quasi affermare che se il timido si accettasse senza credere di dover recitare una parte ed essere diverso e migliore, sarebbe accettato anche dagli altri e non avrebbe motivo di temerne il giudizio.

Questo ragazzo vuole smettere, e allora i suoi disagi possono dipendere anche dallo sport, e spesso il motivo è doversi misurare con compagni e avversari troppo più forti. Un giovane escluso sente di non contare, non partecipa al gioco o esagera tentando di dimostrare di esser come i migliori, e in entrambi i casi viene ancora più escluso. Non usa quel poco di abilità che possiede come tutti e non prova a migliorare, perché si sente inadeguato e non si fida.

Non parliamo degli errori che possiamo fare noi adulti, che troviamo in altri articoli, e affrontiamo un caso particolare. Quando, per esempio nel calcio, a società con rose ampie propongo di formare squadre omogenee e ad altre con rose risicate di mettere insieme i meno dotati per fare giocare tutti, nascono sempre opposizioni da parte dei genitori e degli istruttori stessi. Il pensiero magico che basta volere e avere la determinazione, il desiderio di riuscire, le motivazioni e la voglia dell’adulto è dura a morire. E per un genitore è ancora più duro non sapere che per un sogno solo suo e impossibile, si procurano danni non rimediabili ai figli.

Eppure dovrebbero essere chiare alcune cose. Che troppa differenza di capacità porta i migliori a giocare tra loro e a escludere gli altri, e questi ad accumulare insicurezza e magari aggressività che magari sfogheranno fuori dello sport.

Questo ragionamento può non piacere e far gridare all’ingiustizia, all’esclusione dei più deboli o all’alleanza tra i privilegiati, ma se nessuno facesse queste battaglie ideologiche, i più avvantaggiati sarebbero quelli che potrebbero fare sport solo per divertirsi.

Che cosa fare? Se nello sport un figlio si dibatte in queste difficoltà, manca soprattutto di certezze, e l’offrirgliele è il modo con il quale il genitore lo può aiutare almeno a tollerare l’imbarazzo. Mantenga un tono e un dialogo aperti e alla pari, e lo accetti per quello che è e può fare, senza pretendere che sia migliore. Per sentirsi apprezzato, non crederà di dover essere per forza un campione e, come avviene a chi è accettato per ciò che riesce a fare, si abituerà a sentirsi adeguato, non crederà di doversi presentare diverso, e non sarà costretto a recitare o inventarsi atteggiamenti innaturali per sembrare disinvolto e capace come gli altri.

Se questo ragazzo è insicuro e crede di non valere, o, in pratica, è un timido introverso, lo apprezzi per ciò che sa e riesce a fare, affinché non si senta perso se non riesce. Risponda a tono e sempre, non faccia il consolatore, ma motivi le proprie valutazioni nei suoi confronti, affinché riesca a prevedere quelle degli altri e non si senta sempre giudicato. Offra solo rassicurazioni e certezze motivate e veritiere, così che il figlio acquisisca una giusta consapevolezza di sé e non abbia paura di proporsi agli altri.

Non s’illuda, invece, di poterlo stimolare e rassicurare cercando di convincerlo di essere migliore di quanto non sia e, meno ancora, che gli altri sono malevoli e invidiosi. Lo aiuti a capire da dove vengono le sue paure, a riconoscersi le qualità e i difetti, a scegliere gli obiettivi che lo possono valorizzare e ad abbandonare i modi e gli stratagemmi che lo mettono ancora più in difficoltà. E alla fine, se si rende conto di non farcela da solo perché i disagi sono troppo radicati, chieda aiuto a chi lo sa fare.

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