Le domande dei genitori

Non vi è un metodo pronto e del tutto esaustivo per trasmettere le nostre esperienze, se non la nostra capacità di creare le condizioni più favorevoli per rendere i figli recettivi e disponibili verso qualsiasi conoscenza.

Vediamo prima quanto contano la qualità del messaggio e il modo di trasmetterlo. L'informazione ha addirittura un valore secondario rispetto ai modi con i quali è trasmessa e all'uso che se ne può fare, e deve avere alcuni caratteri che di solito diamo per impliciti o non decisivi. Innanzitutto, adeguiamolo alle capacità dei figli perché, con messaggi troppo evoluti nella forma, nei contenuti o nel linguaggio, ci rendiamo incomprensibili, e quindi scoraggianti, mentre, con altri semplicistici o banali, non riusciamo a creare interesse o a offrire il necessario stimolo.

Non creiamo situazioni emotive che scoraggiano. Per esempio, non la­sciamo intuire un giudizio negativo, disistima o un apprezza­mento non motivato, altrimenti imponiamo risposte obbligate. In un caso, li forziamo a scegliere solo i comportamenti che ritengono utili per conquistare la nostra considerazione. Nell'altro, a cercare di offrirci solo con­ferme prive di rischio per non rompere l'incantesimo di una condizione che non sanno padroneggiare e, in ogni caso, a preferire la corretta esecuzione in campi già collaudati a tutto svantaggio dell'espressione creativa. Infine, rendiamo i messaggi coerenti con le loro motivazioni e con i loro gusti e desideri, in modo che rappresentino uno stimolo sufficiente per imparare.

E se, nonostante queste attenzioni, i figli non imparano, sco­priamo perché e interessiamoli, poiché, se l'informazione è priva d’interesse o impone rinunce di cui non capiscono l'utilità, il deside­rio di conoscere o la disponibilità ad accettare i disagi dell'educa­zione non sono sufficienti. Diamo al messaggio caratteri che lo rendano di per sé interessante, insegniamo come usarlo per un confronto costrut­tivo e coinvolgiamoli, in modo che possano cooperare. E se vo­gliamo andare più in là, rendiamo chiari e condivisi gli obiettivi cui vogliamo arrivare, giacché l'impulso a trovare soluzioni e ad agire non può prescindere dalla prospettiva di un preciso scopo.

Certo, anche i contenuti sono importanti. Se vogliamo favorire l'autonomia psicologica e intellettiva dei figli, non regaliamo solo dati precisi e non pretendiamo soluzioni indiscutibili. Facciamo, invece, in modo che ne conoscano le premesse e gli usi che ne possono fare, e li im­pieghino per arrivare alle loro soluzioni. Non limitiamoci, quindi, a offrire dei dati certi, ma lasciamo che facciano anche la loro parte nell'acquisirli, e magari anche nel cambiarli, poiché la richiesta di chiarimenti, le pro­poste o anche le critiche sono i migliori segnali di partecipazione alla situazione educativa.

Permettiamo, quindi, ai figli di verificare ciò che trasmettiamo e di criticare, sperimentare e modificare qualsiasi informazione, perché le conoscenze diventano patrimonio personale solo se sono loro stessi a "costruirle". Ciò non significa negare i contri­buti della nostra esperienza, ma fornirli in modo che i figli pos­sano percorrere tutti i procedimenti che portano alla loro forma­zione. E neppure significa aspettare che trovino da soli, e casual­mente, tutte le risposte e le soluzioni. Se siamo attenti, infatti, le loro iniziative e le loro risposte ci permettono di scoprire quali conoscenze mancano, quali sono le difficoltà e se sanno usare le precedenti esperienze, e di attuare gli interventi più utili per uno stimolo o una correzione.

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