Le domande dei genitori

Il genitore che vuole fare più degli altri per proprio figlio deve essere apprezzato, ma può incorrere in errori imprevisti ma gravi.
Per mio figlio faccio di tutto, ma mi sembra di ottenere nulla. Sbaglio qualcosa o è colpa dei giovani di oggi?
È imbarazzante parlare di errori a un genitore che s’impegna con abnegazione per un figlio, ma ci sono debolezze e trabocchetti di cui non ci rendiamo conto, ma ci caschiamo un po’ tutti.

Sono comportamenti e atteggiamenti comuni e convinzioni che sembrano del tutto logiche, perché riguardano genitori motivati dall'affetto, dall’orgoglio, dalla soddisfazione per i successi dei figli e dalla convinzione di essere indispensabili. E consideriamo anche il piacere di sentirsi importanti per il campioncino che hanno in casa, che non può essere condannato.

È vero che tanti giovani di oggi sono fragili anche per colpa di un ambiente che non li aiuta a essere autonomi, ma noi genitori dobbiamo evitare certi errori. Sono le volte in cui siamo convinti di possedere maggior esperienza, che è anche vero, ma è la nostra, e non la possiamo imporre, perché è facile che sbagliamo la misura e non indoviniamo le vere motivazioni dei nostri figli. Riteniamo qualsiasi contributo utile e vantaggioso, e vogliamo offrire opportunità o incentivi pratici, giudizi esagerati e manipolativi o magari qualche soldo per un gol o una vittoria casuale, conoscenze che non costringono a pensare e gli altri non possiedono, oppure soluzioni o strumenti ambigui. È amore, ma anche qualcosa che, più che desiderio di aiutarli, è il timore di negare un aiuto troppo importante e cadere in un’ingenuità che gli altri genitori sicuramente non commettono.

Per eccessivo affetto, non ce la facciamo a essere obiettivi e imparziali: il figlio è un fenomeno capace di qualsiasi traguardo e impresa. Può sembrare un incoraggiamento, ma non è uno stimolo innocuo. Se il figlio è davvero un fenomeno, non ne ha bisogno. Se però non lo è, ma ci crede, alla fine deve fare conti dolorosi con la realtà, e rendersi conto di essere inadeguato. Oppure si può render conto di essere manipolato e “usato” per compensare fragilità e inadeguatezze che sono nostre, e così perdiamo autorevolezza anche in altri ruoli. In ogni caso, se il figlio può tutto, diventa inevitabile porgli richieste superiori alle sue forze e andare contro uno dei principi fondamentali dell’educazione: nessuno può dare qualcosa che sia superiore alle sue forze, e chiederglielo significa scoraggiarlo, perché gli diciamo che non lo apprezziamo per quello che è. Siamo convinti che, se non riesce, tutto finisca lì, ma in questo modo soffochiamo il naturale desiderio di misurarsi anche con le prove possibili.

Oppure, siamo troppo presenti anche perché ci piace fare tutto il possibile, finché, pur senza rendercene conto, diventiamo ingombranti. Ci sentiamo indispensabili e offriamo servigi e collaborazione non richiesti per guadagnarsi qualche favore, oppure ci intromettiamo cercando di occupare spazi non nostri, finché creiamo fastidio. Siamo convinti che un giovane debba essere sempre grato per qualcosa che facciamo per lui, ma in tanti anni ho sentito di giovani che si vergognano, e anche peggio, di un genitore che sugli spalti urla, si scompone, incita alla violenza o gioca a fare il protagonista sguaiato.

Vogliamo costruirgli la felicità e liberarlo dal disagio, e per questo vogliamo dargli tutto e subito senza chiedergli sforzi e responsabilità, ma così gli diamo troppo invece di abituarlo a conquistare e meritare. Soddisfiamo qualsiasi richiesta, o gli vogliamo costruire il futuro a nostra misura, magari liberandolo da compiti e doveri perché si dedichi solo agli obiettivi che per noi sono importanti. Oppure, gli evitiamo iniziative personali, conquiste e prove che fanno parte dello sviluppo come fossero inutili ostacoli alla completa autorealizzazione.

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