Le domande dei genitori

Le regole sono le condizioni indispensabili per comunicare, essere costruttivi, collaborare e stare insieme.  Anche nello sport le regole sono essenziali perché, se crediamo di poterle ignorare, formiamo uno sportivo non adatto alla vita adulta. 

Se trasmetto le regole e obbligo mio figlio a osservarle non rischio di frenarlo e di non orientarlo a grossi traguardi?

Se non trasmettiamo le regole e ai giovani permettiamo tutto e non poniamo freni, alla fine li troveremo incontrollabili, disposti a impegnarsi solo per obiettivi che danno soddisfazioni soltanto provvisorie e non condivisibili. Li rendiamo insicuri, perché li isoliamo e li mettiamo contro gli altri, e non nella condizione di assimilare i loro contributi.

Sul significato di raggiungere “grossi traguardi”, poi, occorre intendersi. Se intendiamo il desiderio di valorizzarsi per superare la naturale inadeguatezza nei confronti dell’adulto, si tratta della motivazione più efficace per evolvere. Purché, però, non siano un obbligo, siano adeguati alle sue forze, conducano a realizzazioni condivise e che i mezzi necessari per raggiungerli non siano furtivi o condannabili.

Il discorso è diverso se si parla di ignorare le regole per puntare al successo. A parte che Il successo è sempre ipotetico, perché di solito è frutto di casualità, e il riconoscerlo dipende sempre dagli altri, occorre fare alcune considerazioni.  
Un genitore immaginario che faccia questa domanda, opera un controsenso. Vuole trasmettere sicurezza e autostima con stimoli che costringono il figlio a vergognarsi e ad agire di nascosto, perché il bisogno non è suo, ma del genitore.

Pur di valorizzarsi, ritiene utile e lecito qualsiasi mezzo, ma se allena il figlio a falsare la realtà, o solo a difendersene, lo priva di riferimenti sicuri, perché gli fa mancare la possibilità di cooperare, sommare i contributi e acquisire dagli altri, e quindi lo isola dalla cultura e dai comportamenti comuni.
Lo frena nella ricerca di autonomia, perché l'originalità e la creatività si esprimono solo se sono libere da percorsi obbligati di cui alla fine si vergogna, portano a risultati condivisi da tutti, rispettano le regole comuni e, di conseguenza, la cultura dell'ambiente in cui sono esercitate. Altrimenti si riducono a sterile furbizia o un muoversi disordinato che non si arricchiscono degli apporti degli altri. Se non trasmettiamo le regole, quindi, anche quando crediamo di portare i figli ai traguardi desiderati, li limitiamo nelle iniziative, nelle idee e negli obiettivi, perché li impegniamo a confermarsi e a difendersi piuttosto che a esprimere la loro creatività e iniziativa.

Il genitore che non le trasmette, oppure le presenta come vincoli dai quali liberarsi e non come opportunità, e si sente migliore solo per il fatto di poterle ignorare, cade in una contraddizione evidente. Vuole essere credibile insegnando la "regola" di non rispettare le regole, in pratica autorizza il figlio a trasgredire verso tutti, e quindi a non rispettare nessuno eccetto lui. Le due ipotesi nell'educazione non sono tra loro conciliabili.

Tanti genitori vedono l’osservanza delle regole come un’adattabilità quasi patologica agli altri che, evidentemente, ne approfitterebbero. Saremmo troppo disposti a farci usare da loro e incapaci di usarli a nostra volta, e trasmetteremmo ai figli le nostre debolezze. In realtà, ci condiziona l’ambiente. Spesso esalta piccole furbizie e inutili trasgressioni, in pratica ingenui tentativi che dovrebbero cancellare quasi per magia certi nostri disagi. Come reagiscono i figli? In un primo tempo, quando mancano ancora le capacità critiche per valutare, osservano e imitano. Con il tempo, però, si rendono conto delle nostre debolezze e paure, e noi perdiamo molto del nostro ruolo di educatori. Oppure, con paradossale coerenza, credono che la vita adulta si debba identificare con i modi arroganti degli altri, e allora diventiamo noi il primo bersaglio.

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