Le domande dei genitori

Una mamma che ha in affido un ragazzo di famiglia Rom nato in Italia che ha subito violenza fisica a sei anni (sigari spenti sul corpo per costringerlo a rubare) non riesce a capire perché con lei a volte è verbalmente duro, mentre a scuola e nello sport è educato e introverso.

Se questo ragazzo a sei anni ha subito questo tipo di violenze, senz'altro prima ne ha subite altre e le ha viste infliggere anche al resto della famiglia. Sappiamo che le esperienze su un foglio ancora quasi bianco come sono i primi anni, sono la trama sulla quale s’inseriranno quelle successive. Manca il senso critico, per cui il bambino assume come vero e logico ciò che viene dall’ambiente.  

Le violenze disumane subite dai bambini, quindi, si cancellano difficilmente, come continuano a fare parte della vita anche di coloro che le hanno inflitte. Per spiegarci, se facciamo credere a un bambino che il mondo è fatto di brutalità, le possibilità più probabili sono due: che aspetti il tempo per diventare e fare come le figure adulte della sua infanzia, oppure creda di meritarle, e diventerà un tappeto sopra il quale possono camminare tutti. Il caso in questione sembra più fortunato: che vi sia un luogo diverso da quello della prima infanzia, ma che occorra ancora guardarsi dalle figure adulte, anche se non sono quelle che avevano inflitto sofferenze e paure.

Grande rispetto e gratitudine per questi genitori, che prendono il bambino che c’è per toglierlo dalle sofferenze e dargli un futuro vero, e non ne ordinano uno su misura, che è molto più semplice, ma neppure così è facile. Può darsi, per esempio, che questo ragazzo veda gli attuali genitori come deboli sui quali si può infierire, ma è più facile che proietti su di loro risentimenti che non riesce a superare. È vero che i nuovi genitori sono diversi e non minacciosi, ma nella prima infanzia non ha neppure avuto la possibilità di sperimentare un rapporto armonico basato sulla fiducia con una figura adulta che lo amasse.

Non è neppure escluso che i nuovi genitori abbiano commesso degli errori. Il più facile, e comune anche ad altri che hanno un figlio con una difficoltà, è credere di compensarlo con attenzioni e vantaggi non dovuti, o anche privilegi, perché patisce un disagio o non ha avuto quanto gli altri. Il giovane che passa da vittima che non ha vissuto i momenti di sviluppo adatti all’età a beneficiario di favori non conquistati rischia di vivere un’educazione allo stesso tempo protettiva e permissiva, fino a non trovare una giusta misura nei rapporti. È anche possibile, quindi, che il ragazzo possa sentirsi accettato, protetto e scusato tanto da non fare nulla per conquistarsi il rapporto con i genitori, credere di avere solo diritti e crediti tanto da poter pretendere, ma con il dubbio di poter pretendere di più, e per questo diventare anche maldisposto nei loro confronti.

Che cosa fare? L’allenatore è in una posizione favorevole ed è rispettato, forse perché non gli ricorda i genitori biologici, ma è una figura autorevole e benevola fuori della famiglia. A differenza di altri casi, nei quali c’è un conflitto profondo da non portare a galla perché troppo difficile da risolvere, può parlare con il ragazzo e portarlo a spiegare il suo comportamento nei confronti dei genitori. Senza, però, schierarsi troppo dalla loro parte, per non trattarli come deboli che hanno bisogno di qualcuno per risolvere problemi che sono anche loro.

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