Le domande dei genitori

Sono cresciuto in un clima autoritario, e non ricordo di averlo patito. Oggi, però, temo di essere troppo duro con i miei allievi, che vedo del tutto diversi da com’ero io. Come si può definire l’adulto autoritario attuale, e in che cosa è diverso da quello di ieri? Quali conseguenze può procurare?

Oggi è difficile definire l’adulto autoritario. Non più, almeno, come modello accettato, la figura che s'impone con durezza o pretende che il giovane, figlio o allievo, si sottometta senza avanzare diritti o rivendicare il proprio ruolo. L'autoritario di ieri aveva comportamenti e modi comuni e condivisi, e pertanto si adattava in maniera coerente al clima culturale e trasmetteva modi e una normativa che, pur imposti, potevano trasformarsi in responsabilità e autonomia. E aveva la vita più facile, sia perché aderiva all’unico modello conosciuto, che gli consentiva di sapere come fare e comportarsi per educare e, sia, perché i ruoli di adulto e giovane erano troppo diversi e mai criticati o riveduti, perché non vi erano altri modelli né la necessità o la curiosità di provare altri metodi. Il conflitto, quindi, era latente, oppure si manifestava con qualche forma di resistenza.
L’adulto che oggi voglia usare questi metodi, invece, lo fa perché non ha modelli precisi ai quali fare riferimento poiché, almeno a parole, li rifiuta tutti, e quindi impiega sistemi ormai inattuali. Per esempio sa, fa e decide senza tenere conto che anche i giovani hanno la loro da dire, e che non sono le informazioni, le conoscenze e gli ordini a far diventare adulti, ma la possibilità di pensare, creare, correggersi e imparare a fare da soli. Li vorrebbe perfetti, ma alla fine si accontenta che sappiano fare le stesse cose di tutti, purché le facciano meglio, mentre non si cura che sviluppino ciò e li differenzia, in pratica, la vera essenza e le potenzialità migliori di ognuno.
Trasmette dati, e non ammette che, prima di assumerli, li interpretino e li critichino e, tanto meno, li cambino e li adattino ai propri obiettivi e schemi di pensiero. Seguendo questo principio, stabilisce tutto e chiede che azzerino ogni loro tratto specifico e individuale, come se non avessero potenzialità e caratteri propri. Oppure li riconosce, ma li tratta come valenze negative da neutralizzare e, in ogni caso, da non lasciar crescere. In definitiva, impone o, più prudentemente propone, un unico modello solo da assorbire.

Nell’educazione autoritaria, quindi, la maturazione resterebbe un adattamento passivo alle esigenze e alle norme, ritenute immutabili, della vita adulta. Mentre la maturità si raggiungerebbe rinunciando alla critica, all’originalità, alla creatività, alla capacità di scegliere e di decidere, che sono le facoltà più evolute dell’adulto.
Le conseguenze, invece, sono del tutto diverse. Il giovane attuale ha l’accesso a un numero molto più vasto di informazioni e di modelli, ed è cresciuto in un clima che non rispetta i tempi dello sviluppo. in pratica, gli è concesso troppo presto la facoltà di decidere, o addirittura di imporre, quando non ha ancora sviluppato la maturità e la capacità per farlo, deve rispondere a richieste irragionevoli e ha troppe vie di fuga. E allora, le ipotesi più probabili sono tre, e tutte conformiste: si ribella subito rifiutando anche gli apporti che potrebbero essere costruttivi, assume i caratteri che gli sono stati trasmessi e, appena possibile, li rivolge contro l’adulto, oppure si adatta a una condizione di succube dalla quale non riuscirà mai a liberarsi.

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