Le domande dei genitori

Vedo tanti bambini e giovani non dominabili, che fanno ciò che vogliono, non  conoscono il rispetto, vedono solo il loro tornaconto e non imparano. Questa   distanza e insofferenza sono anche colpa di noi genitori?

Caro genitore, sei troppo pessimista. Ci sono giovani come questi, ma sono tanti quelli che danno le giuste soddisfazioni. In ogni caso, l’argomento non si esaurisce in una semplice risposta. Dobbiamo parlare della nostra mancanza di autorità e autorevolezza, che ha molti motivi. Questa volta vediamo un nostro modo di comunicare, che segnala distanza e chiameremo “parlare A”, e un’altra, che vedremo in seguito, il parlare “Con”.

Parlare “A” è ancora il più comune per mancanza di tempo, di preparazione o anche d’impegno, ma non è più adatto a un giovane che ha troppe scappatoie per trascurare regole e compiti. Perché resiste? Qualcuno si mantiene distante perché ha timore di perdere autorevolezza nei confronti di un giovane privo di margini da rispettare. Oppure, perché disapprova tanti, genitori e insegnanti che, per convinzione o per comodità, hanno voluto proporre una vicinanza non ancora possibile e auspicabile, fino a lasciare i giovani senza modelli e guide credibili. Tutti questi modi, però, all’adulto non hanno fatto perdere solo l’autorevolezza per essere seguito, ma anche l’autorità per pretendere il rispetto delle regole.

Per quanto riguarda la scuola, è un modo di comunicare che non s’interessa alle capacità intellettive e di apprendimento dell’allievo, e dunque non le conosce. Valuta solo le capacità di apprendimento passivo e trascura la critica e le capacità creative, e di conseguenza, propone un messaggio non regolato sulle capacità reali. E non è in grado di sollecitare l’interesse e l’attenzione per i contenuti che trasmette, che sono stimolati in particolare dalla possibilità di partecipare all’apprendimento con contributi personali, e dalla consapevolezza di possedere strumenti per arrivare alle soluzioni.

Il modello ha molti limiti. I messaggi hanno un’unica direzione, e quindi chi insegna mantiene invariate le distanze con l’allievo, chiede conferme solo previste, perché non stimola risposte e contributi, e alla fine forma soltanto un soggetto che sa solo ripetere.

Non sviluppa tutti i livelli dell’intelligenza, perché si accontenta dell’apprendimento passivo e dell’imitazione, e non chiede contributi che stimolino critica, creatività e iniziativa personale.

Nello sport, parlare “A” non stimola l’assunzione di responsabilità, non dà la possibilità di scegliere, non chiede iniziativa personale e offre tutto pronto e non modificabile. Poiché non cerca risposte, danneggia soprattutto il talento, perché non può avere verifiche su tanti suoi caratteri personali, sul livello di sviluppo e sulle motivazioni. Per questo trascura qualità e attitudini che non vede e non riesce a scoprire, non sviluppa l’iniziativa personale e non impiega i livelli superiori dell’intelligenza, dove opera il talento.

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