Le domande dei genitori

Mio figlio ha sei anni, ed è ora di fargli fare uno sport, ma quale scelgo per non sbagliare? 

Solo due genitori su cinque spingono i figli verso lo sport che amano. È un peccato, perché il giovane non risponde più alle imposizioni, ai desideri o alle illusioni degli altri, ma al piacere e all’interesse per ciò che fa. Troppi genitori iscrivono i figli allo sport che piace a loro, quello nel quale si sono divertiti di più o che hanno solo sognato, oppure a quello che promette guadagni da sogno o fa tanto chic. E tanto sport è stato trasformato in un lavoro privo di divertimento, mentre il gioco con poche regole è lo strumento più efficace per provare il nuovo, imparare a vincere e scoprire nuove abilità.

Sembra strano che, per portare ai livelli possibili, il gioco sia più efficace di un discorso tecnico o l’imitazione del gesto di un campione, ma per un giovane è lo strumento per arrivare all’intuizione, alla creatività e all’ingegno che distinguono il talento. 

A differenza di quanto si crede, il bambino non corre grossi rischi quando il genitore sceglie per lui il primo sport. È incuriosito dalla novità e dall’avventura, e anche se magari è intimidito da un ambiente estraneo, incontra nuovi amici, scopre abilità che non conosceva e fa cose nuove che gli piacciono. Può quasi essere qualsiasi sport, purché non ci pensiamo noi adulti a guastarlo. Troppi genitori subito vogliono far studiare il figlio da campione e pretendono che dal primo giorno impari i gesti del fuoriclasse, salvo dover fare presto i conti con la realtà. E allora c’è quello che gliene fa chi provare tanti, magari tutti insieme, per trovare quello giusto; quello che lo ritira dallo sport e gli fa sentire tutta la sua delusione e quello, ancora più negativo, che lo costringe a continuare fino a nausearlo di sport. E troppe società, prima che il bambino stia a galla, impari a tener gli sci uniti o sappia fare un tiro in porta o respingere una palla da tennis lo destinano al settore “agonistico”, un termine che non vuole dire nulla, ma riempie di orgoglio. Non indovinare la prima scelta, quindi, è un errore rimediabile, purché non s’insista se il bambino si oppone o anche solo non si diverte.

È più tardi che gli errori e le pressioni iniziano a lasciare segni difficili da cancellare. Diffidiamo, per esempio, di una formazione che è semplice addestramento, chiede solo imitazioni, non lascia spazio a critica, creatività e iniziativa libera, condanna l’errore quando è lo strumento per sperimentarsi e valuta il risultato prima delle intenzioni e dell’impegno. Oppure della specializzazione precoce, che chiama in causa il pensiero astratto e la progettazione a lungo termine, che il bambino non possiede ancora perché vive qui e ora e percepisce solo attraverso i sensi, e trasforma quello che dovrebbe essere un gioco in un lavoro. Allora subentrano la noia di sport, la mancanza di piacere e interesse e il soffocamento delle motivazioni, e si prepara l’abbandono.

Anche a queste età, quindi, l’insistenza, l’obbligo e la costrizione sono fattori del tutto negativi, ma con conseguenze più pesanti. Facciamo due considerazioni. Il giovane si rende conto di dover soddisfare bisogni e illusioni del genitore, e allora alza il prezzo delle pretese, trascura la scuola o passa decisamente alla reazione. La creatività è un’energia che in qualche modo deve defluire, e il nostro compito è farla operare in campi positivi, altrimenti nei casi fortunati può manifestarsi come stravaganza, fatuità o inconcludenza, mentre negli altri diventare una forza distruttiva.

Usciamo un attimo dal tema e accenniamo a un argomento richiederebbe una trattazione più estesa e profonda. Nello sport, e non solo, si crede che la sopravvalutazione, le sollecitazioni esasperate, le lodi o le critiche immotivate, i traguardi impossibili o i richiami ai sacrifici, al senso del dovere o all’orgoglio siano stimoli efficaci, ma sono armi spuntare e pericolose.

E allora, un consiglio. Usiamo solo valutazioni veritiere e non aspettiamoci traguardi impossibili, perché la realtà è impietosa. I giovani devono misurarsi dove possono anche vincere, perché l’insicurezza che si genera nei sicuri perdenti è un peso di cui è difficile liberarsi. E più sono piccoli, più lasciamoli giocare in libertà, perché è l’unico percorso per arrivare al talento. Iniziamo, quindi, a pensare che le motivazioni sulle quali si può condurre l’educazione sono il piacere in ciò che un figlio sta facendo, i traguardi adatti alle sue capacità, la possibilità di superare i naturali sentimenti d’inadeguatezza e ridurre e annullare la distanza che lo separa da noi, la scoperta e la sperimentazione di nuove abilità, la verifica di poter accedere da soli a nuove conoscenze e l’apprezzamento dell’adulto.

Già pubblicato su ADNKRONOS

Ti è piaciuto questo articolo?

Forse vuoi leggerne altri... Ecco alcuni articoli che hanno un argomento simile:

Tehethon

banner poster