Le domande degli allenatori

Alleno da molti anni, e mi sembra che i giovani attuali siano quasi appagati, pigri e privi di slanci. Perché?

Forse queste mancanze d’entusiasmo e d’iniziativa, se non si cambia nulla, non sono evitabili, e per tanti motivi.

Il progresso propone stimoli e opportunità, e attraverso internet offre tanti rapporti subito fruibili e l’illusione di vivere in una rete di amicizie che coinvolgono, ma distraggono dalla realtà e sono solo virtuali.

Abituiamo il giovane a ricevere senza neppure chiedere impegno, ma così inaridiamo il desiderio, che è una delle motivazioni più forti. Non stimoliamo la creatività, che incuriosisce e fa scoprire il nuovo, e blocchiamo l’iniziativa, che ci fa sperimentare le nostre forze e ci dà la sicurezza di essere adeguati. E, intanto, ci aspettiamo che magicamente siano i migliori, che è come portarli sempre in braccio per non affaticarli, e poi farli volare più in alto di tutti senza averli aiutati, o anche costretti, a farsi le ali.

Il giovane attuale vive una realtà spesso già decisa e programmata dagli altri, fatta di comportamenti uguali per tutti, e in evoluzione fin troppo rapida, ai quali molti si adattano, perché non riescono a dominarla e modellarla secondo i propri gusti e bisogni, e allora reagiscono con la rinuncia o il rifugio nell’indolenza.

Anche lo sport ha le sue colpe. Lo vorrebbe uguale all'adulto di ieri, e gli propone gli stessi stimoli, ma oggi la ricchezza, il successo e certe prospettive appaganti che appena ieri potevano essere realistiche, sono obiettivi sempre più problematici, difficili da realizzare e non sentiti più allo stesso modo come valori. E allora lo sport cerca tutti i sistemi per averlo sempre al massimo, ma lo tratta come un pollo d'allevamento. Programma, prepara e decide tutto, ma non sa quali effetti possa produrre sul suo comportamento. Gli chiede solo di eseguire e mai di arrivare con l'ingegno alle proprie soluzioni, e così non gli offre modelli e sicurezza, fa e decide per lui, ma non sa mettersi da parte perché impari a fare da solo.

Questo tipo di sport propone anche un paradosso. Inventa i metodi più duri e meno pietosi per formare sportivi più resistenti, ma intanto li protegge. Con i percorsi già tracciati, i trucchi e gli stratagemmi per vincere, già confezionati per non costringerli a pensare, e la liberazione da ogni altro problema o difficoltà perché non ne siano distratti. Non crea difficoltà che li abituino ad arrangiarsi e non li chiama in causa perché imparino a progettare e proporre. Chiede cose impossibili, e intanto trascura le loro qualità più utili e affida compiti che non sanno ancora tollerare. Non li lascia liberi di fare più di quanto chiede e non ne accetta i contributi, e quindi non li stimola ad assumersi le responsabilità e a capire cosa dipende e cosa può essere risolto da loro.

Il giovane attuale, quindi, sembra passivo, ma non lasciamoci prendere dal pessimismo educativo. Ha un'esuberanza da esprimere, motivazioni costruttive e desideri solo da liberare. Offriamogli occasioni per dire la propria, provare, scoprire il proprio talento e misurarsi, che sono le sue motivazioni più prementi o, almeno, quelle che lo potrebbero portare a essere più attivo. Altrimenti s'inventa le difficoltà e i rischi per misurarsi, ma lo fa fuori dello sport, dove trova il brivido e le sfide più pericolose. Oppure se ne va, perché lo sport esasperato e fatto solo per vincere, e subito, non sa motivare e trattenere i giovani.

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