Le domande degli allenatori

"Alleno da tanti anni, ma con i giovani non mi trovo più. Se chiedo, non fanno, e se ordino, fanno male.

Non so più se essere autorevole o autoritario".

Ha ragione. Il giovane è cambiato, e noi continuiamo a proporci con gli stessi sistemi che abbiamo vissuto, o anche subito, durante il nostro sviluppo. Essere autoritari oggi crea degli oppositori, dei pigri, dei succubi senza idee e iniziativa o dei “dormienti” che aspettano di farsi i muscoli per essere a loro volta degli autoritari, mentre l’autorevolezza va conquistata, ma non si sa come fare.

Quali sono le differenze? L'autorità non ha bisogno di essere imposta, e sono i giovani stessi a riconoscercela quando hanno il desiderio e la vo­lontà di seguirci. Essa, infatti, rispecchia la stima e il prestigio che abbiamo conquistato con i nostri modi di essere e di insegnare e con la libertà che sappiamo concedere senza lasciare uscire dalle regole. E, ancora più importante, ci permette di essere guide che trasmettono le norme e i modi della vita adulta.

L'autoritarismo, invece, è una posizione di debolezza, un atteggiamento che non deriva dal prestigio acquisito, ma anzi ne rivela la mancanza, e spinge i giovani a negarci autorità. Quando ci vogliamo solamente imporre perché noi “sappiamo” e “siamo adulti, e quindi…”, segnaliamo di non avere altri strumenti per essere seguiti. Subito incontriamo resistenze, opposizioni nascoste e disinteresse, e sa­remo destinati a dover fronteggiare un conflitto non appena il giovane sarà in grado di approntare gli stratagemmi per combatterci.

Oggi è più difficile scegliere di essere autoritari o, almeno, l'autoritarismo è un’arma spuntata che al massimo forma dei succubi da portare sempre per mano. I giovani lo rifiutano, perché vogliono avere opinioni personali, magari sbagliate, specie quando sono semplicemente in opposizione alle nostre. Inoltre, non hanno più paura di confrontarsi e scontrarsi per sostenere le loro idee. Trovano più facile combatterci, anche solo con l'indolenza o la resistenza passiva, che rispondere alle richieste, e in ogni caso hanno troppe possibilità di sottrarsi alle nostre pressioni.

I modelli autoritari, dunque, non sono del tutto superati, ma chi tenta ancora di imporli, come il nostro allenatore, è più cauto e si pone dei dubbi. Va, però, perlopiù per tentativi, perché non può mai orientare o, almeno, prevedere la risposta. Come quando vorrebbe intervenire su certi comportamenti sterili o pericolosi, ma sa che andrebbe incontro a un'opposizione di principio priva di proposte. E allora le tenta tutte, dal pugno ancora più duro alle minacce e alle punizioni, fino al richiamo alle responsabilità e ai doveri o allo scambio tra privilegi e promesse di rinunciare alle cattive condotte. E alla fine, specie quando cerca di sottrarli da scelte rischiose, chiude gli occhi lasciando che si permettano ciò che vogliono, pur di ammansirli e di non spingerli a ricattare con la minaccia di tornare ai comportamenti che spaventano.

Parlare di autorevolezza sembra più difficile, ma in realtà è sufficiente evitare gli interventi maldestri, e tenere a mente alcuni principi.

Innanzitutto, che lo sport deve insegnare a vincere, ma per questo deve formare la persona che sviluppa tutte le potenzialità, pensa, crea e decide e si rende adeguato alla vita adulta. Poi, che adegua le richieste ai suoi limiti e rispetta i tempi dello sviluppo; aiuta solo se richiesto, e solo dopo che l’allievo si è impegnato per farcela da solo; cerca di scoprire di ognuno le qualità, le motivazioni, gli obiettivi e i bisogni; ne apprezza le intenzioni e l’impegno prima che il risultato, e accetta l’errore quando vuole sperimentarsi nel nuovo; mantiene lo stesso rapporto di fronte ai successi e alle sconfitte, ed è sempre schietto e obiettivo; e, non infine, ma al momento basta, gli insegna a competere usando le proprie qualità e non trucchi e sotterfugi.

E allora, poiché non si parla di punizioni, di lavate di testa, di sacrificio o di sermoni, parliamo di un allenatore privo di autorevolezza? Educare a essere liberi significa considerare ognuno responsabile delle proprie azioni, e non sollevarlo dai compiti e dalle conseguenze dei propri comportamenti.

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