Le domande degli allenatori

Caro Prunelli, condivido il tuo metodo per i bambini normali e le scuole calcio, ma con il talento e nelle giovanili professionistiche ci vuole ben di più. Che cosa suggerisci?

Ciao. Ti ringrazio per la prima parte, ma devo essere critico per la seconda.

Mi spiego. Percorriamo la vita del bambino dall’ingresso nello sport fino a dieci, undici anni. I bambini sono tutti uguali: giocano, non pensano a cosa faranno dopo, fanno ciò che piace subito e rifiutano ciò che potrà dare soddisfazione domani. Hanno soprattutto bisogno di inventare e di misurare le loro forze usando i percorsi e i mezzi con i quali hanno più confidenza. Non corrono su dei binari, ma si fanno guidare dalla creatività e dalla fantasia per trovare i loro percorsi, che per noi sono nuovi e imprevisti.

Provano, si sperimentano e, senza accorgersene, usano mezzi che non conoscono: scoprono il loro talento, che resterà nascosto e inutilizzato se dovranno stare sui binari già costruiti. È nel gioco libero, senza un manovratore che non riesce a smettere di giocare lui, quindi, che soddisfa le naturali motivazioni e libera tutto il talento.

Questi concetti sembrano ovvi, ma non sono ancora acquisiti. Vediamo, per esempio, trattare i bambini come piccoli adulti solo da ingozzare con dosi diverse. Tentiamo di specializzarli quando non sanno ancora ragionare o prevedere qualcosa che non vede. Vogliamo che imitino il gesto del campione e non sviluppino prima il loro, quello possibile, che è migliore di un’imitazione che non riuscirà mai. Partiamo dalla realizzazione perfetta, ignorando che un gesto complesso è la somma di tanti piccoli gesti che portano prima all’armonia e alla padronanza, e solo dopo alla complessità.

Gli imponiamo una soluzione quando l‘ingegno, la fantasia e il talento gliene suggeriscono un altro, e così lo costringiamo a fare male ciò che gli chiediamo, e non ciò che per lui e i suoi mezzi sarebbe possibile e sicuramente più efficace. Gli insegniamo a cadere per lucrare un rigore invece di permettergli di imparare a giocare e, ancora di più, a essere pulito dentro e fuori. Non sappiamo come portarli a sviluppare l’intelligenza e tante qualità come l’iniziativa, interesse per il nuovo, il coraggio di provare o la capacità di realizzare fino in fondo le idee e le iniziative e di sentirsene responsabili, di capire gli errori e correggerli, di rispettare l’”altro”, chiunque egli sia, di fare insieme per migliorare entrambi.

Ti conosco, tu sei così, ma ce la fai sempre a rinunciare a un piccolo vantaggio oggi per far crescere un adulto vero domani? Non vorrei sembrare un moralista. Sono un lucido pratico che lavora sulla mente, un materiale che s’intuisce, ma non si misura, e ti dico che se li fai crescere così, formi dei protagonisti della vita, altrimenti è facile che formi dei manichini.

Ho insistito con i bambini, perché gli sbagli fatti con loro non si recuperano più, mentre più tardi si sbaglia soprattutto nella formazione dello sportivo. Anche allora il talento non è diverso dagli altri. Impara se capisce e ci arriva da solo, se non prova curiosità e interesse o non può esprimere la sua forza creativa, esegue, ma lascia inattivo il talento, se non prova piacere, smette. E se impara a vincere con i trucchi e la furbizia, potrà anche fare strada, ma non arriverà dove gli sarebbe possibile. Lì si arriva se il cervello e il carattere sono curati come si fa con il fisico e la tecnica.

Ogni allenatore vorrebbe portare tutti ai massimi livelli, e tanti genitori vorrebbero far risolvere ai figli i problemi della vita che non hanno risolto loro. Ne arriva uno su decine di migliaia, e allora che cosa fare? Un amico, don Alessio Albertini, dice: “Mandateli a giocare sempre, ma piuttosto che spendete soldi per diventare ricchi e famosi voi, comprate un biglietto di una lotteria delle illusioni. Avrete più probabilità”.

Neppure i ragazzi di un settore giovanile professionistico sono diversi dagli altri, salvo avere più vantaggi da una formazione che usa la testa per far crescere le gambe, e non chiede solo di imparare la lezioncina da uno che forse non ha avuto più talento di loro. Qui i ragazzi sono più creativi, e la creatività si esprime solo nella libertà di provare il nuovo. Hanno più talento, e se ognuno lo può mostrare con un gesto o un’iniziativa agli altri, tutti potranno provare, e magari scoprire che di averlo anche loro.

Credimi, se a un'ottima pastasciutta metti sopra del buon parmigiano, è un buon mangiare.

Come vedi, per i talenti non ci vuole di più, perché sarebbero le idee e le iniziative dell’allenatore, mentre ci vuole una formazione che li aiuti a scoprire il loro talento e a sviluppare tutto: il fisico, il talento e le qualità della mente e del carattere.

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