Le domande degli allenatori

È più giusto dire a un ragazzo che non è tagliato per uno sport e può far bene in un altro?

Cosa succede se vuole rimanere per forza? I giovani patiscono la selezione?

Fin verso i dieci anni, ogni bambino può fare il gioco che gli è possibile senza creare o subire forti scompensi. Possiamo mettere insieme bambini con qualità e attitudini diverse senza che i meno dotati ne debbano per forza patire, ma più tardi dobbiamo parlare di omogeneità e, se è il caso, anche di selezione.

Non è formativo né utile mettere un giovane nella condizione di essere sempre un perdente, e non è giusto tenere in squadra un giocatore a spese di altri dotati di qualità che rischierebbero di essere frenate.

A volte, nel caso in cui un ragazzo non se ne accorge e sembra non patirne, ci troviamo di fronte ad un difetto di autovalutazione e di critica, o al disagio di un ragazzo che ha troppo bisogno di essere accettato o preferisce nascondersi per non mettersi alla prova. Si deve fare qualcosa e dirgli che non possiamo commettere ingiustizie verso gli altri, e convincerlo a scegliere lo sport nel quale potrà avere più soddisfazioni.

Per chi vuole continuare, occorre che lo sport garantisca a tutti la possibilità di giocare in una condizione in cui ognuno possa perdere e vincere, cioè in campionati nei quali l'obiettivo sia di far giocare tutti. Ma non è facile perché lo sport, a parte certe istituzioni aperte a tutti, cerca prima di tutto il risultato e i possibili campioni, e tende a escludere quelli che non gli servono.

Si deve, quindi, parlare di selezione. E senza troppi timori, perché i giovani, se non sono influenzati dalle nostre aspettative o da quelle della famiglia, sono più obiettivi e autocritici degli adulti, e non sentono la sistemazione nella casella giusta come una sconfitta o un declassamento. Anzi, qui trovano l'unico modo per continuare a divertirsi.

La selezione, infatti, pesa quando:

  • noi e la famiglia vogliamo per forza il campione e non accettiamo che i ragazzi possano non riuscire;
  • li convinciamo che il non riuscire nello sport equivale a un fallimento anche nella vita;
  • li facciamo vivere subito come professionisti e non lasciamo che prendano coscienza dei loro limiti e accettino d'essere solo quello che possono;
  • li sopravvalutiamo fino a far perdere loro la capacità di valutarsi.

In questi casi, la selezione viene addirittura a essere una soluzione, percepita magari come pesante da accettare nell'immediato, ma ben gradita in tempi appena più lunghi. Non dobbiamo credere, infatti, che i ragazzi abbiano il nostro stesso desiderio di successo, che non si divertano se non giocano a un certo livello o che non preferiscano giocare dove sono all'altezza degli altri.

E se a una certa età un giovane preferisce stare in una squadra nella quale non gioca quasi mai perché sta con gli amici? Lo possiamo accettare perché, salvo qualche eccezione, lo sport permette di vivere in un ambiente sano, ma ci dobbiamo chiedere se tutto questo non sia una fuga dalla competizione e dalla necessità di mettersi alla prova.

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