Le domande degli allenatori

I genitori mi disturbano nel lavoro.

Ho cambiato certi miei modi e le ho provate tutte, ma non riesco a fermarli e, anzi, più alzo la voce, più m’intralciano. Che faccio?

Non serve giudicare i genitori una presenza solo negativa, perché la formazione allo sport è un atto educativo che li deve coinvolgere. Occorre, però, non sbagliare i modi. C’è chi prova a tirarli dalla propria parte o, almeno, a neutralizzarli, oppure li blandisce per ammansirli, ma non è convincente e diventa una vittima; chi non ha migliorato troppo in diplomazia e in sopportazione, e li affronta alzando la voce o prendendoli di punta; chi dice cosa dovrebbero fare o non fare senza spiegare perché; o chi cerca alleati tra gli allievi per metterli contro, ma così esaspera il conflitto.  

Come si vede, non è facile dire cosa fare: il genitore esercita bene la propria parte quando non fa nulla di ciò che deve fare l’allenatore e, oltre a tutto, non sa d’essere inopportuno, tanto che spesso il più negativo è proprio quello che vuole aiutare il figlio. 
Inoltre, è difficile modificare mentalità e sistemi semplicemente decidendo di cambiare rotta rispetto al passato: se nel frattempo non avviene anche una maturazione, è impossibile che possa verificarsi un cambiamento.

Innanzitutto, al genitore occorre offrire qualche semplice consiglio.

Il primo, che lo sportivo che percorre più strada è quello "normale", che vive lo sport come gli altri momenti della vita, senza che gli inventino nulla di artificiale e forzato; e che è capace di pensare, di creare, di scegliere, di decidere e di essere responsabile senza che qualcuno glielo imponga. Anzi, se glielo impongono è difficile che lo diventi. È una normalità non a portata di mano, che non può essere insegnata o trasmessa, ma va conquistata, mentre sbaglia chi lo vorrebbe plasmare come una materia inerte solo da modellare o sollecitare oltre ogni limite perché possa rendere meglio.

Il secondo che, prima di pensare a cosa fare o insegnare, occorre non creare resistenze e inutili opposizioni. Il figlio che non è spinto ad opporsi per questioni di principio accetta anche di essere corretto, può sentirsi abbastanza sicuro da mettersi alla prova ed ha già da solo gli stimoli e le motivazioni per fare ciò che gli è possibile. Quando, invece, il genitore usa premi e lodi, o anche solo parole, al massimo lo rassicura perché gli è vicino, ma lo farebbe meglio limitandosi a essere presente e disponibile quando gli è richiesto. Mentre, se usa punizioni, giudizi di disistima o un distacco per farlo sentire in colpa, deve aspettarsi della resistenza o, non previsto, il desiderio di deluderlo.

Il terzo, che l'affetto sicuramente incoraggia, ma lo fanno di più e meglio la stima e la possibilità di fare insieme. Questa considerazione sconsiglia il genitore di creare tensioni e distanza tra il figlio e l'allenatore o i compagni, ma, in particolare, gli dice che non gli deve offrire occasioni o strumenti per avvantaggiarlo sugli altri. Se li ha, ma faccia attenzione a non crederlo solo lui, li offra invece in modo che il figlio li possa usare per fare insieme con gli altri e possa imparare anche da loro.

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