Le domande degli allenatori

Lo sport è tale se si può vincere o perdere. Un giovane deve potere praticare sempre uno sport ma, dove è possibile, farlo con altri di pari livello, altrimenti resta ai margini e patisce e, se è un talento, esclude gli altri dal gioco.
Come mi comporto con un ragazzo che, in qualche modo, ignora e sminuisce gli altri perché si ritiene migliore?

Innanzitutto, è davvero il migliore? E di tanto? Se sì, occorre fare considerazioni che vanno oltre il carattere, verosimilmente anche spigoloso, del ragazzo. Probabilmente non è tutta colpa sua, perché un giovane, anche se non necessariamente un talento vero, patisce se gioca con altri che non sanno rispondere alle sue proposte e iniziative di gioco.

Neppure si può attribuire troppa colpa alla società sportiva o all’allenatore, perché tante volte, come capita alla squadretta di borgata o di un paesino, non si può fare diversamente.

Se è possibile, bisogna fare in modo che giochi con altri di pari livello. Per esempio, si potrebbe trovare un accordo tra più società, e formare squadre omogenee di livello diverso, com’è già stato fatto con buoni risultati. Neppure questa soluzione è senza ostacoli. Tanti genitori, comprensibili, ma non giustificabili, perché per loro il figlio “ è sempre un campione, deve avere l’occasione per arrivare allo sport di alto livello e deve giocare nella squadra migliore”, non accettano quello che per loro è un declassamento. Preferiscono far giocare un figlio senza prospettive di miglioramento in una squadra in cui è escluso dal gioco, mal sopportato, responsabile delle sconfitte e, quindi, mortificato e scontento, invece di inserirlo in una nella quale si diverte perché è uguale agli altri. Vorrebbero che nella squadra migliore perché “non si senta umiliato”, ma è molto più probabile che si sentano umiliati loro. A questi genitori occorre far capire che ognuno vive bene nella propria casella e che, se va dove non è all’altezza, resta emarginato, non impara dagli altri, che giocano a un livello diverso, non prova nulla di nuovo perché ha paura di sbagliare e, soprattutto, si abitua a sentirsi inadeguato anche nella vita adulta.

L’atteggiamento del ragazzo di cui si parla può dipendere esclusivamente dal suo carattere. Magari è abituato a considerarsi sopra di tutti, si attribuisce una considerazione che non ha ancora meritato o gli hanno fatto credere di essere un campione. Oppure, si comporta come fa fuori dello sport, dove con i coetanei si è creato una posizione di preminenza. Forse, come può osservare tante volte nell’ambiente, si vuole misurare con questi sistemi non costruttivi perché crede sia l'unico modo per liberarsi da disagi perdonali emergere, oppure si ribella perché non ottiene apprezzamento.

Può anche avere disturbi del carattere di cui non ha colpa, e qualcosa dobbiamo fare, come affidargli compiti “importanti” per i quali si senta utile e apprezzato o, meglio, inserirlo in una squadra in cui si possa misurare alla pari, magari anche di età superiore. Se, però, non cambia nulla e continua su questo tono, è anche il caso di allontanarlo, perché è dannoso per tutti, e gli altri non devono essere costretti a subire.

Qualcuno di questi "difetti", come il voler far valere le proprie opinioni, cercare posizioni e ruoli appaganti o pretendere di collocarsi alla pari o magari sopra degli altri, è fisiologico e necessario per conoscere le proprie giuste misure. In questi casi dobbiamo solo trovare gli opportuni sbocchi perché il ragazzo si possa esprimere in modo costruttivo, come offrirgli l'opportunità di valorizzare le proprie idee e di sentirsi importante per i contributi che sa portare, e dargli responsabilità dalle quali possa capire che lo apprezziamo e lo riteniamo all'altezza.

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