Le domande degli allenatori

Il contrasto con la figura adulta è quasi fisiologico, ma in un gruppo occorre intervenire. L’istruttore corregga suoi eventuali errori, poi distribuisca compiti che richiedano ingegno e, infine si confronti, ma uno o pochi non possono ostacolare tutti.

Ho allievi che si oppongono e diventano reattivi quando cerco di convincerli che sbagliano e li voglio correggere. Sono rischi inevitabili o non uso metodi adatti?

Che a una certa età i giovani si oppongano e ci sfidino per valu­tare le proprie forze è quasi fisiologico, perché vogliono crescere, sentirsi diversi da noi e affermarsi, ma intanto li dobbiamo correggere. E non è facile, specie nelle strutture formative tradizionali dove, in mancanza di metodi formativi che chiamino a collaborare e pensare insieme invece che addestrare a eseguire, il momento correttivo è spesso l'unico modo per imporre regole e condotte alle quali loro cercano di sottrarsi o, in qualche modo, si oppongono.

Una correzione che voglia portare dei giovani a modelli di comportamento più adulti non dovrebbe stimolare opposizione, ma tanti provengono da situazioni educative prive di autorevolezza e, spesso, di regole anche elementari. E che un discorso vale nello sport per tutti, dove chi non si diverte o non è d’accordo a essere come gli altri si ribella anche apertamente o se ne va. E un altro vale per lo sport di alto livello, dove ribellarsi o andarsene non conviene: qui abbiamo giovani che attuano un’opposizione silenziosa, al massimo con un po’ d’indisciplina o d’indolenza, che contrasta con l’apprendimento e lo sviluppo del talento, la collaborazione, la somma dei contributi e, negli sport di squadra, il collettivo.  

Tante volte non basta spiegare e chiedere. Occorre agire e, anche se a molti può non piacere, partire da qualche nostro errore o atteggiamento che crediamo sia concesso al nostro ruolo di adulti. Per esempio, possiamo non essere abbastanza attenti e controllati e lasciarci prendere da troppa emotività, irritabilità o anche durezza. Oppure volerli correggere con punizioni, umiliazioni o altri sistemi che stimolano più ostilità e ribellione.

A volte, commettiamo errori anche quando crediamo di agire nel modo più corretto. Con il giovane di oggi, per esempio, è essenziale essere coerenti con il nostro ruolo, vivere le regole che vogliamo trasmettere e concedere a tutti lo spazio di partecipazione, libertà e iniziativa adatto al momento dello sviluppo. In sostanza, significa rendersi conto che, si voglia o no, siamo anche degli educatori, che vuole dire portare ognuno a essere l’adulto possibile. Troppo spesso, invece, si assiste alla trasmissione di una serie di norme solo da assorbire, alle quali i giovani si oppongono, perché sono più un controllo che lo stimolo a una maggiore libertà e iniziativa. E allora la correzione è la conseguenza naturale del conflitto che si viene a creare quando noi arriviamo a dover difendere il nostro ruolo e i giovani a volerlo mettere in discussione.

Che cosa fare, quindi, con giovani che rifiutano le regole indispensabili per essere costruttivi e il rispetto delle esigenze dello sport, nuocciono agli altri, si ribellano fino a non essere controllabili e si trascinano dietro i più fragili? Innanzitutto, teniamo conto che ci sono tratti del carattere di cui un giovane può non avere colpe, famiglie non in grado di educare o addirittura diseducative. Sono condizioni che si dovrebbero affrontare prima di assumere decisioni drastiche, ma non lo possiamo chiedere all’istruttore, che fa la sua parte sul campo e non ne può avere la competenza. Lo dovrebbe fare la società sportiva attraverso qualcuno che ne sia preparato, ma anche in questo caso forse si chiede troppo.

Gli unici consigli che posso dare a quest’allenatore sono parlare chiaro con i ragazzi per spiegare che questi atteggiamenti vanno a loro svantaggio, distribuire qualche compito che richieda ingegno, specie ai più creativi, e rivedere qualche proprio comportamento che possa avere creato malumori e risentimenti. Un altro modo sarebbe radunarsi tutti insieme e chiedere a ognuno i motivi della sua acredine, ma è un’operazione difficile che va gestita da fuori, in modo che diventi la ricerca delle soluzioni e non un ulteriore motivo di conflitto. C’è chi potrebbe temere che in questo modo si lasci il comando agli allievi, ma non è così. L’ha fatto Sergio Vatta al Torino, e sappiamo che ha condotto tutta la carriera sull’autorevolezza.

E che fare dopo averle provate tutte? Non è bello dirlo, ma uno o pochi non possono essere di ostacolo a tutti, e se ne può fare a meno.

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