Le domande degli allenatori

Perché molte volte chiedo a uno sportivo di esprimersi in gara con serenità e di accettare il risultato senza drammatizzare, ma se ha perso non riesco a fargli comprendere questa importante dote interiore che caratterizza i veri campioni?

Caro Bruno, mi congratulo perché sei nello spirito di una formazione più attuale. Devi però considerare che ognuno ha reazioni diverse alle stesse situazioni ma, soprattutto, che oggi un giovane riceve stimoli, pressioni e condizionamenti di ogni tipo, e che tanti, anche adulti, vivono soltanto e a tutti i costi per sentirsi superiori agli altri.

Non parliamo soltanto di una mancata vittoria. Un giorno ho letto su un quotidiano che un culturista neppure giovane e di primo piano, già stracarico di anabolizzanti e di altri gonfia muscoli, sarebbe stato disposto a grossi rischi pur di vincere un campionato. E sicuramente sono tanti gli adulti che fanno le stesse cose magari per una gara scapoli- ammogliati senza che lo veniamo a sapere.

Allo stesso modo, ci sono anche tanti giovani disposti a tutto, e allora non si può ignorare che ci sono dei turbamenti così intensi da mettere una vittoria, un riconoscimento pubblico o una medaglia solo da far vedere davanti a conseguenze anche irrimediabili.

La premessa, per dire che non stupisce la delusione di un giovane di fronte a una sconfitta o anche solo a una mancata vittoria, anche se sconcerta la mancanza di altre soddisfazioni per sentirsi appagati e l’indifferenza verso conseguenze a volte anche drammatiche come il ricorso al doping e ad altre pratiche altrettanto rischiose.

Perché lo fanno, e non solo nello sport, ma anche per questioni estetiche? Per la paura di non contare senza riconoscimenti da parte degli altri, le cosiddette motivazioni estrinseche, una paura anche cresciuta da quando tanti giovani hanno sempre meno sogni da coltivare. E per il tutto e subito che troppi adulti, per scarso interesse educativo, concedono ai figli senza portarli al piacere di avercela fatta anche loro.

Non possiamo neppure ignorare che lo sport utilizza come primo stimolo la possibilità, e in tanti casi anche la certezza, di diventare campioni, e allora la mancata vittoria diventa una bocciatura e la perdita dell’unica prospettiva che può offrire lo sport. E, in più, un giovane affascinato da un’illusione così grande investe poco su altri interessi, e finisce per non possedere molti modi per stemperare le delusioni.

L’ambiente chiede di essere protagonisti e propone una competitività fondata più sulle apparenze che sui meriti, offre facile appagamento in gratificazioni e successi parziali e ignora ed esclude chi non riesce a essere il primo. Diventa allora necessario porsi obiettivi spesso irrealizzabili e non, invece, essere soddisfatti del possibile.

E allora, dobbiamo proporre uno sport che conti più per il piacere di praticarlo che per ripararsi dall’umiliazione della sconfitta? E, quindi, non giocarsela tutta e accontentarsi di partecipare? L’atleta di cui parla il nostro amico non adotta una buona soluzione per rendere al massimo. Dover per forza vincere pena il sentirsi sminuito e la paura di perdere sono una miscela che non permette neppure di giocare al livello possibile.

Infine, dobbiamo parlare di troppi genitori che esercitano una pressione negativa. Portano i figli nello sport per riscattare certe loro delusioni, li considerano fiori all’occhiello per gloriarsi attraverso i loro successi, e magari li incitano a usare mezzi che vanno contro lo sviluppo del talento. E alla fine i figli non ci stanno più: abbandonano lo sport o lo affrontano senza il piacere e l’entusiasmo indispensabili per vincere, ricattano chiedendo privilegi per impegnarsi, oppure si ribellano anche apertamente magari scegliendo percorsi rischiosi. Tanti genitori negano di esercitare pressioni sui figli, ma è facile lasciare trasparire la delusione semplicemente con del silenzio, un malumore mal mascherato o un po’ di distanza.

Eppure, invece di condannarli perché non soddisfano le nostre attese, tante volte basta apprezzarli per quello che riescono a fare anche se ancora poco. Si sentiranno rassicurati, e affronteranno lo sport per vedere dove possono arrivare che, in ogni caso, è il massimo per ognuno.

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