Le domande degli allenatori

Con i propri allievi non si può essere come padri. E se, come spesso si crede, si tratta di un rapporto affettivo, attento a proteggere e non gravare di impegni, accondiscendente e impegnato tante volte a costruire la felicità, è un errore anche per un padre vero.

Che cosa significa per un allenatore “essere un padre” con i giovani?

L’adulto, nello sport e in ogni situazione in cui sia educatore o anche solo un modello da seguire, deve richiedere l’assunzione di compiti non graditi,

porre proibizioni pretendere la rinuncia a vantaggi personali per altri collettivi. Non può essere soltanto un padre, perché non assume le vere responsabilità dell’educazione e scredita quello vero, dal quale, poi, è troppo diverso. Sarebbe anche troppo facile. Ha adesione perché fa divertire, e quindi non deve scontentare, e uscito dal campo, dalla piscina o dalla palestra, va a casa a pensare ai fatti propri, senza doversi interessare di compiti da fare, litigi, trasgressioni e disubbidienze.

Che cosa fanno di solito i figli veri, anche se non sono tanti come in una squadra? Per avere più attenzioni, litigano tra loro e si fanno tranelli. Per essere i prediletti, possono abituarsi a usare più l’affetto che l’impegno. Confondono l’amore e la disponibilità con la dedizione totale, e quindi si aspettano protezioni, troppi aiuti e perdoni facili. Credono di contare e poter pretendere a prescindere da ciò che fanno per meritare, e spesso vivono l’obbligo e la proibizione come mancanza di affetto o ingiustizia alla quale è lecito almeno opporsi.

Nello sport, gli allievi trattati come figli possono usare la debolezza o l’affetto per ricevere protezione e tolleranza oppure, se più deboli, ricevere troppi aiuti e attenzioni, e rischiare di essere mantenuti tali e non essere resi responsabili.

E l’allenatore? L’affetto per un allievo dovrebbe essere naturale, ma va chiarito. Un giovane non ancora responsabile non ha idee chiare su ciò che è utile o dannoso, oppure lecito o illecito. Non sa correggersi o come comportarsi, vive l'eventuale severità dell'allenatore come una mancanza di affetto o, più tardi, come un'aggressione che merita una risposta.

L’affetto non si può riferire soltanto al bambino o al giovane che si ha davanti, ma anche all’adulto che dovrà diventare. L’allenatore deve sapere che una proibizione, una giusta conseguenza da pagare per una trasgressione o un dovere da soddisfare oggi sono il riparo da un rifiuto delle regole fino a una ribellione magari non controllabile domani. Per un giovane, un allenatore deve essere anche un educatore e, quindi, proibire, pretendere e far pagare le conseguenze delle trasgressioni e della mancanza d’impegno. Non portarlo per mano, perché impari a camminare da solo, e non trovargli le soluzioni, ma semplicemente aiutarlo a trovarle da solo. Non si può permettere predilezioni neppure per i più deboli e fragili, per non mantenerli tali e non renderli responsabili.

Quale deve essere l’affetto costruttivo con un allievo? L’allenatore deve essere uguale con tutti e chiedere l’aderenza alle stesse regole, anche con quelli più ribelli, meno dominabili e distruttivi con i compagni. E se con qualcuno la pazienza arriva al limite? Con questi ci mette ancora più impegno, ma se non ce la fa, deve pensare anche agli altri.

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