Le domande degli allenatori

Essere educatori significa non creare inutili ostacoli, e mai continuare a dire soltanto come e che cosa fare. Nello sport, e non solo, invece, si crede che anche un bambino debba essere portato per mano e “caricato” perché faccia ciò che ci aspettiamo noi adulti.

Alleno ragazzi che nello sport hanno già soddisfazioni, ma mi sembra manchino di carica e coraggio. Come faccio a darli?

Spiace mettere l’accento sulle cose da evitare, ma a questo punto del nostro discorso è chiaro che solo rispettando i momenti dello sviluppo, le possibilità, i caratteri propri di ognuno, la creatività e la voglia d’iniziativa che un giovane va da solo verso la propria completezza e autonomia.

Nello sport assistiamo ancora a molti interventi condotti in buona fede, ma spesso inutili, se non addirittura deleteri. Quando, per esempio vogliamo convincere l'allievo di essere un fenomeno, gli facciamo perdere le giuste misure, lo esponiamo a inevitabili sconfitte di cui non sa interpretare la causa e, spesso, lo portiamo a credere di avere bisogno di essere manipolato e di non potercela mai fare a solo.

Se, però, pensiamo a tutto per spianargli la strada e gli chiediamo solo di eseguire, lo lasciamo impreparato di fronte alle situazioni impreviste e a quelle che deve risolvere da solo. Se cerchiamo di sollecitarlo troppo con miraggi di successo senza essere attenti ai limiti e ai momenti dello sviluppo, lo sovraccarichiamo di attese troppo pressanti che lo convincono di non poterlo mai raggiungere. Addirittura, se ci presentiamo come modelli perfetti, ma troppo lontani per essere imitati, o cerchiamo di incoraggiarlo troppo, gli facciamo capire che non ha mezzi né coraggio. O, infine, se crediamo di poterlo stimolare con interventi non spiegati, con ciò che non chiama in causa la responsabilità o con parole e atti solo formali, lo portiamo a considerarsi incapace di pensare, di valutarsi e di trovare da solo le motivazioni e gli stimoli per mettere tutte le proprie risorse nella gara.

Possiamo frenare l’allievo anche quando vorremmo trasmettergli grinta e decisione. Come quando usiamo stimoli che vorrebbero risvegliare sicurezza e determinazione, ma al contrario ne esaltano e consolidano l’indecisione e il freno all’iniziativa per paura di sbagliare. Oppure esaltiamo la forza dell'avversario, parliamo di gara decisiva, da vincere a tutti i costi, ma difficilissima, e di conseguenza, gli rendiamo impossibile o, almeno, più difficile il compito. Quando lo sopravvalutiamo per mandarlo in campo più sicuro, lo rimproveriamo o parliamo dei suoi limiti perché reagisca con l'orgoglio. Oppure, quando lo copriamo di raccomandazioni inutili, che lo impegnano solo a non sbagliare, mentre il gioco dovrebbe essere esplosione di creatività, ingegno e iniziativa libera di una mente limpida, che non gioca soltanto per difendersi dalla sconfitta, ma per mettere in campo tutte le capacità del proprio talento.

Un esempio. Un allenatore ha paura che la squadra prenda sottogamba le partite facili, eventualità peraltro già verificatasi, e allora prepara tutto l’armamentario di stimoli. Parla di possibili figuracce, dell’impegno da mettere nella concentrazione “mentale”, di tenere a posto gli ormoni per qualche giorno e di non cadere nel tranello, perché “oggi non ci sono più partite facili”. A parte che, se è già capitato, la squadra si è adagiata su una mentalità rinunciataria, resiste la convinzione che un giocatore, magari padre di famiglia, non capisca che gioca per sé.

Capita, però, e allora occorre guardare più lontano. Per esempio, già ai primi anni nei Settori Giovanili si tenta di proporre gli schemi del gioco adulto e il gesto tecnico perfetto, in pratica la specializzazione. Pensiamoci. Ha senso voler far eseguire un gesto impossibile, ovviamente quello del campione, a un bambino che non ne ha i mezzi tecnici, mentali e fisici? Fargli applicare schemi e altro quando il bambino non ha le facoltà del pensiero per essere altruista e capire che cosa potrà fare il compagno? Farlo vagolare in attesa di un ordine o agire come gli detta la sua creatività ed essere ripreso perché non ubbidisce e non sta negli schemi? Oppure, inventare scappatoie o usare solo gesti già collaudati per vincere subito, e non, invece, per scoprire il proprio talento, che sta anche nelle gambe, che eseguono un ordine, ma di più nella testa, dove vive l’ingegno e anche il bambino intuisce, cerca soluzioni da solo, crea, impara e si corregge?

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