Le domande degli allenatori

L’idea che i bambini non debbano giocare per la vittoria, e la competizione sia sempre negativa per lo sviluppo, è un concetto mal interpretato di educazione.

Leggo che i bambini non devono giocare per vincere, ma non sono d’accordo. Lo sport si fa per vincere

Il bambino compete e vuole vincere per natura, tanto che senza questi stimoli non vi sarebbe l'adulto, ma è il modo in cui l'adulto interpreta la competizione, e quindi la vittoria e la sconfitta, che gli è estraneo. Il bambino gioca "insieme" al compagno e all'avversario per vincere, non conosce il trucco e la slealtà, non si cura della classifica e alla fine della partita non soffre se ha perso, né si sente diverso e migliore se ha vinto. Siamo noi adulti che non accettiamo il bambino così com'è e pretendiamo, anzi ordiniamo, che vinca ad ogni costo e con qualsiasi mezzo, anche contro lo sviluppo del proprio talento.

Lo sport ha fretta e bisogno di risultati subito, e gli vuole inculcare le norme e i modi dell'adulto, che così sono assunti senza critica e sperimentazione e, in modo paradossale, contribuiscono a mantenerlo bambino oltre il tempo quando, per vincere, occorre essere adulti. È ancora viva la convinzione che, anche con i bambini, si debba imparare subito a vincere, o abituarsi subito allo sport dell’adulto, per acquisire carattere e adattarsi all’agonismo, e che i gesti già definitivi vadano insegnati subito per non costruire su basi sbagliate, ma il bambino si gioca sempre tutto per natura, e per imparare deve potersi sperimentarsi e sbagliare. Ed è proprio la pretesa di farlo giocare solo per la vittoria senza badare ai mezzi e non consentirgli di imparare a misurarsi con gli strumenti del proprio talento che gli impedisce di sviluppare tutte le qualità di cui dispone. È con questi sistemi che si forma uno sportivo che manca proprio delle qualità agonistiche per vincere. Si dirà che lo sport è pieno di sportivi che vincono perché sono accesi dal furore agonistico, ma sarebbe interessante vedere come gareggerebbero se fossero più lucidi e meno tesi. Non si tratta, quindi, di cercare uno sport privo di agonismo, ma piuttosto di trovarne uno adatto a un bambino, o forse di uno adatto a tutti.

Anche per un giovane giocare solo per la vittoria è uno stimolo che nasconde pericoli. Più si va avanti più occorre badare anche al risultato, ma con i giovani giocare solo per vincere subito significa non formare sportivi che vincano da adulti. Si può, per esempio, impostare una gara solo per non lasciar giocare l'avversario, chiedere gesti o soluzioni soltanto utili al momento, sostituire i gesti e le iniziative che possono nascere dal talento con piccoli trucchi, furberie e aggressività scomposta o anche violenta. Oppure, si può fare solo ciò che si sa eseguire bene, perché con i giovani, quando si gioca solo per l'immediato, non si può rischiare. Si ricorre a ciò che si sa far bene ora, e quindi a qualità in evoluzione e destinate a cambiare. Non si cerca lo sviluppo delle potenzialità che al momento sono meno efficaci, ma più tardi saranno essenziali. La prudenza consiglia di fare gli esperimenti in allenamento e non in gara, ma vi sono situazioni che accadono solo in un confronto vero. Le soluzioni creative, infatti, nascono da intuizioni e scelte che si possono fare soltanto nel momento in cui deve essere risolta o creata una situazione della gara.

In ogni caso, a qualsiasi età la ricerca affannosa del risultato dà un’eccitazione che supera, e poi riduce, il livello ottimale dell’efficienza psicofisica e, di conseguenza, va contro le condizioni che regolano il rendimento. Riduce lucidità, intuizione e prontezza e toglie fiducia e coraggio, perché non conta il livello della prestazione, ma soltanto il risultato, che non dipende solo dall'impegno. Ingigantisce la forza dell'avversario e la difficoltà della gara, perché crea pensieri negativi che hanno effetti anche fisici e limitano la creatività e l’ingegno.
Pensiamo alla “concentrazione” che qualcuno impone ancora, nella quale, al desiderio della vittoria e alla sicurezza man mano subentra il dubbio di non poterla mantenere. La concentrazione vera è una condizione psicologica e fisica molto complessa che non si può costruire mettendo insieme tanti pezzi. È addirittura tanto complessa da coinvolgere l’autostima, perché mette in dubbio le proprie abilità, la capacità di trovare da soli le soluzioni e, in particolare, l’intuizione, la creatività e l’ingegno, che sono le qualità specifiche del talento.

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