Le domande degli allenatori

Quando in una squadra si sono formati gruppi in conflitto tra loro, come mi comporto per non commettere ingiustizie? E come mi accorgo che c’è un conflitto?

La domanda presuppone che si debba stabilire chi ha ragione e chi torto. Può sembrare una scelta logica ma, salvo che non ci troviamo contro una coalizione di bulli o teppisti che devono essere fermati, in un gruppo non si possono creare vincitori e vinti.

Possiamo limitarci a un esame obiettivo della situazione, ma se i conflitti hanno conseguenze sul lavoro della squadra, dobbiamo anche agire.

Il primo intervento dovrebbe cercare di capire per risolvere le questioni e riportare tutti alla ragione, ma senza arrivare a dei giudizi. In pratica, si tratta di trovare i motivi

del conflitto, mettere a confronto i due gruppi per eliminare le false interpretazioni, come succede, per esempio, per conflitti che si sono inaspriti senza che si riesca a ricordare come e da che cosa sono iniziati. E tenere conto che, come avviene tra due fratelli più piccoli, che litigano solo alla presenza dei genitori ognuno per far punire l’altro.
A volte la “pace” è troppo rapida e solo apparente. Non possiamo limitarci a distribuire torti e ragioni o a schierarci per gli uni o per gli altri: se non dirimiamo questioni che sono all’origine del conflitto e non rimettiamo insieme tutti, lasciamo troppi conti in sospeso e andiamo contro l'interesse collettivo.

Occorre anche evitare di voler mettere le cose a posto a tutti i costi, perché ci sono anche conflitti insolubili e soggetti irragionevoli. E non possiamo neppure fare i diplomatici o usare il bilancino per non scontentare nessuno. Se siamo convinti che la coerenza sia l’atteggiamento più efficace, cerchiamo di essere coerenti in tutto: gioca chi è utile, e chi non lo è sta fuori, ma tenendo sempre la porta aperta a qualsiasi cambiamento positivo. In questo modo non mettiamo in atto una punizione, che lascia sempre dietro rivendicazioni e motivi di ostilità, perché lasciamo ai litiganti la possibilità di stabilire da che parte vogliono stare.
E se eppure in questo modo riusciamo a riportare la calma? Di sicuro abbiamo commesso grossi errori, la nostra leadership è messa in discussione, e noi diventiamo le persone meno adatte per risolvere queste situazioni.

Come si riflette l'esistenza di clan in una squadra di calcio?

In gara, il pubblico pensa magari a giornate storte, ma l’allenatore esperto vede tranelli che vanno a svantaggio di qualche giocatore, esclusioni di qualcuno dal gioco, distrazioni non spiegabili e iniziative che vanno a vuoto.
I clan "lavorano" meglio fuori del campo, dove ci sono più occasioni e più tempo per organizzare i tranelli e le pressioni più o meno esplicite sugli allenatori, e i boicottaggi possono non essere subito evidenti.

Durante la partita, invece, è più difficile fingere di sbagliare solo per boicottare qualcuno, ed è più probabile che sulle rivalità interne prevalga la voglia di vincere. Anche in questo caso, comunque, possiamo vedere gruppi che giocano solo tra loro a spese del collettivo, che alcuni sono presi di mira appena sbagliano o non fanno quello che gli altri si aspettano, non trovano intesa, per cui non riescono a fare gioco, oppure non ricevono mai la palla o la ricevono nella maniera meno utile o, addirittura, sono boicottati nelle iniziative e vengono fatti correre a vuoto.
Si vede soprattutto che non c'è collettivo e che l'azione non segue la via più logica. Il collettivo, infatti, significa fare e pensare insieme secondo la stessa logica, aiutarsi e mettersi a disposizione, sviluppare un'idea comune, organizzare azioni e difese sapendo già prima come reagirà il compagno, e questo è impossibile se non si tira tutti dalla stessa parte.

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