Le domande degli allenatori

Poiché consideriamo la famiglia, la scuola e lo sport le tre principali agenzie educative, ci sembra naturale considerare la formazione come educazione che forma la persona e lo sportivo.

Tu parli sempre di formazione come educazione ed io sono d’accordo con te, ma applicare i tuoi concetti nello sport mi riesce troppo difficile.

Ciao Carlo, ci conosciamo, e la tua “incapacità” è troppo sospetta. Hai ragione però: devo essere più chiaro...
Consideriamo tre aspetti dell’educazione o della formazione, come la chiamiamo nello sport, e tutto sembrerà già più facile.

Il primo, è la formazione della persona che c’è in ognuno

Che in altre parole significa non illudersi di poter operare su tutti allo stesso modo e portarli dove vogliamo noi. Ognuno ha quello che ha, e noi non ci aggiungiamo nulla, ma possiamo portare al massimo sviluppo quello che c’è.
A volte si sente dire: “Ha dato il 105%”! Non è possibile, e non lo è neppure il 100%, perché in questo caso non ci sarebbe più nulla che potrebbe essere migliorato. In altro modo, si pensa di chiedere a un giovane, e soprattutto quando è ancora bambino, più di quanto è nelle sue possibilità, ma lo sport non è il commercio, dove si chiede cento per avere ottanta. Lì è una partita con regole già scritte ma finte, mentre nello sport è diverso: un giovane può credere di dover dare cento, ma se vale solo ottanta, il 20% che manca diventa insicurezza, calo dell’autostima e rinuncia. Oppure, il proprio figlio a scuola deve sempre essere il migliore, ma il primo è uno solo, mentre gli altri, se credono di esserlo, diventano inevitabilmente degli sconfitti e dei perdenti. O, ancora, nello sport si chiede di imitare il gesto del campione, ma in questo modo si ottiene una brutta, anzi bruttissima, copia a spese di ciò che ognuno potrebbe essere, che è il massimo risultato possibile.

Il secondo è la scoperta e lo sviluppo delle qualità di ognuno

Lo sport ritiene ancora che le qualità siano le stesse per tutti e che la differenza consista solo nel loro maggiore o minore sviluppo e, quindi, che sia sufficiente allenarle con precise esercitazioni.  Questo metodo va bene per l’addestramento, che può essere sufficiente per lo sportivo medio, ma non per il talento, che ha qualità solo sue. Non gli si può dire che cosa fare, perché in questo caso parleremmo di quelle qualità che attribuiamo a tutti. E neppure inventare esercitazioni o situazioni difficili, perché così li eserciteremmo all’apprendimento e a una buona esecuzione, ma non raggiungeremmo il loro talento, che si esercita creando il nuovo e ricorrendo a qualità ancora sconosciute. In altri termini, senza la libertà di fare, impiegare mezzi ancora sconosciuti, sbagliare e capire dall’errore, al talento non si arriva.
Il talento è abilità fisica, armonia del movimento e naturalezza del gesto, ma anche creatività, critica, intuizione, iniziativa libera, capacità di decidere e di correggersi, scelta della soluzione più adatta a ciò che avviene al momento e capacità di prevedere lo sviluppo dell’azione.
Come si scoprono le qualità? Finché non compare il pensiero astratto, che permette di prevedere, programmare e “lavorare” per un obiettivo ancora lontano, il bambino “vede” solo ciò che è presente, impara dalle situazioni del momento e crea senza dover aderire a schemi non suoi. E, allora, il più potente stimolo alla scoperta e allo sviluppo delle qualità è Il gioco libero, dove si può provare, sperimentare, sbagliare e imparare dall’errore.
Il primo errore dello sport, in ordine di tempo, quindi, è la specializzazione precoce. Si chiede di “ragionare”, ottima cosa, ma non ancora adatta al bambino, che vive e percepisce con i sensi, e non vede il domani e oltre; di eseguire il gesto del campione quando il bambino non possiede la padronanza dei movimenti, non ha ancora scoperto le qualità che per lui sono più funzionali, che sono l’essenza del talento o, almeno quelle chi distinguono ognuno da tutti. Al talento si arriva con facoltà della mente più rapide e in qualche modo “istintive”, come la creatività immediata, l’intuizione o il colpo di genio.
Infine, l’errore educativo, che è il più grave, perché può lasciare esiti non rimediabili. Il giovane, se bambino in particolare, cresce quando ha l’apprezzamento dell’adulto, è valutato per ciò che sa fare, ogni giorno scopre qualche abilità nuova, è più abile nei suoi gesti e sente di essere sempre più simile all’adulto. Come si può verificare tutto questo quando gli sono chieste esecuzioni impossibili, non è gratificato per ciò che sa fare, ma valutato per ciò che per lui è impossibile, non scopre nuove abilità, ma deve prendere atto di essere incapace e inadeguato, e si sente sempre più lontano dalle capacità dell’adulto?

Il terzo è la trasmissione del nostro essere adulti

Che vogliamo o no, per i giovani siamo dei modelli in ogni nostro atteggiamento e comportamento. Possiamo, però, essere buoni o cattivi modelli senza neppure rendercene conto.
Lascio lo sviluppo di quest’ultimo punto a te e a chi vorrà intervenire anche solo con un commento, una considerazione, una proposta o una critica magari feroce, che è sempre spunto per un’idea nuova. Ne farò un riassunto da aggiungere, o anche un articolo firmato tutti insieme.

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