Le domande degli allenatori

Io ho sempre insegnato con soddisfazione e senza crearmi problemi e tanti dubbi.

Perché nel tuo ultimo libro mi vuoi complicare la vita? 

Imparare non significa semplicemente memorizzare e immagazzinare informazioni. Per non complicarti la vita, basta leggere con calma, tornare indietro e rivederti da quando hai iniziato a imparare, alle difficoltà e ai dubbi, ai momenti felici dell’apprendimento e a quelli in cui ti sembrava di ascoltare cose incomprensibili. Io ho fatto così.

E poi chiederti che cosa mancava e che cosa ti sarebbe servito di ciò che leggi sul libro. E, infine, poiché vi si trovano concetti non usuali e anche nuovi, e sicuramente anche espressi male, riscrivimi e lamentati, ed io ti risponderò cercando di spiegarmi meglio.

Le capacità di apprendimento dipendono dalla dotazione intellettiva, dal momento dello sviluppo, dalle precedenti esperienze di apprendimento, dalla qualità delle informazioni trasmesse, da molti tratti del carattere e della personalità e dagli obiettivi dell’insegnamento, ma anche dal rapporto con chi insegna. Non sono, quindi, uguali per tutti e a tutte le età, e dipendono sia dai tratti individuali ereditati e, sia, dalle influenze dell’ambiente sulla formazione del carattere.

La situazione insegnamento-apprendimento, quindi, non è un semplice passaggio d’informazioni, ma una condizione complessa che coinvolge anche atteggiamenti, emozioni, sentimenti e aspettative di chi insegna e di chi impara. Chi insegna, per esempio, può pretendere esecuzioni e risposte sempre esatte e complete, chiedere più di quanto l’allievo possa o si senta anche solo in grado di dare. Oppure, al contrario, chiedere di meno perché non coglie i momenti favorevoli dell’apprendimento o non ha la giusta percezione dei mezzi intellettivi dell’allievo.

Nel primo caso, l’allievo è più attento a trattenere dei dati che sente estranei e scollegati per non dimenticarli che a impiegare ciò che apprende per andare oltre l’insegnamento ricevuto. Soffoca la creatività, perché si esporrebbe al rischio di sbagliare, e finisce per ritenersi colpevole e incapace, perché non possiede capacità critiche per capire che sono richieste improponibili.

Nel secondo, può ritenere tutto troppo facile e banale, e non impegnarsi per migliorare; non sentire comprese le sue capacità e volerle mostrare senza possedere critica e conoscenze per orientarle a un fine costruttivo, con il risultato di scivolare facilmente nel frivolo e nello stravagante; sottovalutare chi insegna, fino a non sentirlo modello da imitare e raggiungere; o, ancora, trovare spazi pericolosi dove lasciare defluire l’aggressività che viene da una creatività ostacolata o anche solo non riconosciuta.

In pratica, compito di chi insegna è esercitare ognuno a scoprire, conoscere e impiegare verso scopi produttivi i mezzi che possiede, perché la richiesta di risposte impossibili va a svantaggio di quelle possibili. Il buon senso comune direbbe che, in ogni caso, ognuno può fare ciò che gli è possibile, ma la realtà è diversa. Innanzitutto, è irrazionale pensare che si possa andare oltre i propri limiti, poi, un fattore essenziale per imparare è la consapevolezza di essere all’altezza di ciò che si deve affrontare e, infine, che a ciò che è possibile si arriva solo se si hanno la sicurezza e il coraggio per mettersi alla prova senza timore di non essere adeguati.

La capacità di apprendimento dipende anche dai modi di proporsi e dagli stimoli che usa chi insegna, che sono diversi da quelli che ha vissuto nel suo sviluppo. Per esempio, raggiungere degli obiettivi che appagano e ren­dere concreti determinati interessi personali è lecito e necessario anche per lo sviluppo collettivo ma i tempi sono cambiati. Miti come la ricerca del prestigio, il suc­cesso o la competizione, se adattati ai tempi attuali, hanno an­cora un certo valore formativo, ma hanno un significato diverso. Da risultato dell’impegno personale e dell’utilizzo delle proprie capacità sono diventati obiettivi da raggiungere con qualsiasi mezzo per contare o per non essere esclusi.

Oggi i giovani avrebbero bisogno di altre rassicurazioni e forme di realiz­zazione e, più di ieri, sarebbero stimolati dalla possibilità di condividere, fare insieme e sen­tirsi adeguati in mezzo agli altri. Avrebbero necessità di imparare a confrontarsi sulle conoscenze e sulle opinioni piut­tosto che sulle realizzazioni concrete, dove esistono sempre meno opportunità di riscontro, e di essere valutati per le intenzioni prima che per i risultati concreti. Queste considerazioni fanno pen­sare a un'educazione meno orientata agli obiettivi e più alla ricerca della maturità e dell’autonomia, e quindi meno tesa a tra­smettere pure conoscenze e più a favorire lo sviluppo della persona.

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