Le domande degli allenatori

È giusto, per avere più attenzione e stimolare l’impegno, creare paura di perdere? 

Nello sport, la qualità della prestazione e il livello di rendimento dipendono dalla lucidità, dal piacere del gioco, dalla capacità di dirigere e mantenere costante l'attenzione, dalla consapevolezza di sapere impiegare tutte le proprie risorse, dalla padronanza della situazione e dalla certezza di essere apprezzati per l’impegno.

L’ansia, la paura e l’attesa carica di affanno, invece, sono stimoli negativi e difficili da controllare. Rendono l’atleta poco lucido, attento più a non sbagliare che a creare, gravato da una condizione emotiva e psicologica che lo frena o lo fa andare oltre il lecito, non pronto a impiegare tutte le risorse, insicuro o non consapevole e padrone dei propri mezzi, estraneo alla situazione e incapace di controllare le difficoltà della gara e di trasformare tutte le energie in prestazione.

Creare nervosismo non è utile alla prestazione. Tenere in ansia i giocatori fino all'ultimo senza comunicare la formazione, per esempio, non mantiene alta la carica agonistica e non evita avere cali di tensione. Si fa per evitare che quelli che giocheranno si sentano troppo rassicurati e allentino l'impegno, e che gli esclusi si abbattano, si adagino o boicottino durante gli allenamenti o nello spogliatoio. Questo marchingegno non stimola quelli sicuri del posto, che non hanno nulla da temere, non rassicura quelli che sono in bilico, che avrebbero più bisogno di tranquillità e di sicurezza, e mette contro gli esclusi, che avevano sperato sino all'ultimo.

Di solito, perché gli allievi non prendano sottogamba la gara e mettano il necessario impegno nel prepararla, o per la gara “da vincere”, c’è chi la drammatizza, ma se ne esagera l'importanza, ingigantisce le forze dell'avversario, e fa passare a un livello di attivazione eccessivo e dannoso che consuma energie e provoca insicurezza e paura di non farcela.

C’è chi non nasconde la propria tensione e si fa vedere preoccupato perché anche gli allievi abbiano paura, e chi, al contrario, vorrebbe stimolare voglia ed entusiasmo, e fa lunghi giri di parole per convincerli a mettere tutto l’impegno. Entrambi, alla fine non sono utili a quelli che hanno già paura della gara per conto proprio né a quelli tranquilli, che non ne hanno bisogno. In ogni caso, chi parla troppo lo fa perché non è sicuro che gli allievi abbiano capito e siano capaci di raggiungere le condizioni più favorevoli per la gara, ma in questo modo trasmette la propria insicurezza.

Chi dà la carica, con la quale vorrebbe trasmettere coraggio e decisione, ma in realtà trasmette la propria paura di non farcela, oppure richiama a quei doveri che dovrebbero far parte dello sport senza bisogno di suggerirli. La mente, però, segue una logica sua particolare, spesso ben diversa dal buon senso comune: se crediamo di poter dare sicurezza e coraggio con le parole, implicitamente ne rileviamo la mancanza e procuriamo insicurezza, e alla fine la paura di non farcela si trasformerà in disturbi fisici e psicologici che incideranno sul rendimento.

Chi vuole raggiungere il massimo del vigore parlando di rabbia, cattiveria, fame e furore agonistico, vorrebbe ottenere decisione, impegno e spirito di sacrificio, ma occorre convincersi che i veri stimoli sono il piacere e l’interesse, come possiamo ricordare se pensiamo alla nostra gara più bella.

Tutti questi comportamenti partono dalla convinzione di aiutare l’atleta con sistemi mai messi in discussione, ma in questo modo toccano tasti che danno un tono del tutto diverso da quello che si vorrebbe ottenere. Il massimo rendimento, infatti, è una condizione che col tempo si è costruita e sedimentata nella mente, non ha bisogno di stimoli e, anzi, si perde se la cerchiamo con la paura e la sfiducia.

Alla fine, occorre prendere confidenza con un concetto. Chi ha bisogno di un intervento esterno per fare qualcosa che dipende da lui, non può che essere un esecutore in attesa di ordini, mentre lo sport vero è entusiasmo, sicurezza, creatività e iniziativa di una mente libera.

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