Un giovane può essere svogliato o anche astioso, ma un’accusa, una punizione, una sfuriata o una vittoria sterile non risolvono un conflitto e possono lasciare conseguenze imprevedibili.
Un allievo, dotato e bravo in allenamento, da qualche tempo in gara si tira indietro. L’ho rimproverato ed ho provato anche a punirlo, ma non ho ottenuto nulla.

Nei primi minuti di una gara l’insicurezza porta l’attenzione sull’errore, e obbliga a ricorrere al ragionamento, che è lento, rallenta l’azione e offusca gli automatismi.
Certi atleti nei primi minuti sono bloccati e non riescono a esprimersi al meglio. È questione fisica o mentale? Come rimedio?

Se un ragazzo è troppo timido e insicuro, o si ritira sempre di più nei confronti dei coetanei senza un motivo, il genitore provi ad aiutarlo, ma se non ce la fa, chieda aiuto ad altri.

In casa mio figlio è solo un po’ taciturno e introverso, ma con i coetanei si chiude e non si fa valere fino a voler smettere con lo sport.

Il genitore che vuole fare più degli altri per proprio figlio deve essere apprezzato, ma può incorrere in errori imprevisti ma gravi.
Per mio figlio faccio di tutto, ma mi sembra di ottenere nulla. Sbaglio qualcosa o è colpa dei giovani di oggi?
È imbarazzante parlare di errori a un genitore che s’impegna con abnegazione per un figlio, ma ci sono debolezze e trabocchetti di cui non ci rendiamo conto, ma ci caschiamo un po’ tutti.

Con i propri allievi non si può essere come padri. E se, come spesso si crede, si tratta di un rapporto affettivo, attento a proteggere e non gravare di impegni, accondiscendente e impegnato tante volte a costruire la felicità, è un errore anche per un padre vero.

Che cosa significa per un allenatore “essere un padre” con i giovani?

L’adulto, nello sport e in ogni situazione in cui sia educatore o anche solo un modello da seguire, deve richiedere l’assunzione di compiti non graditi,

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