Donna e sport

Piccoli passi nella storia… lo sport praticato dalle donne. La storia della partecipazione delle donne alle attività sportive costituisce un capitolo a sé nella storia dello sport.

I primissimi passi si ebbero nell’antico Egitto più di 2.000 anni prima di Cristo. Tuttavia, è nell’Antica Grecia che le donne iniziarono ad avere un ruolo, anche se defilato e decisamente minoritario, rispetto ai colleghi maschi. Atalanta, figlia di Iasio, re di Arcadia, si dedicò alla caccia nei boschi e riportò premi nella corsa fino alla vittoria nella lotta con Peleo nel 1.000 a.c.

Nel 440 a.c. Callipatera partecipò ai Giochi Olimpici “di nascosto”, e in quel contesto si praticarono i primi “test di femminilità” per evitare che delle donne potessero partecipare ai Giochi. Nel 396 a.c. la principessa Kyniska di Sparta nella quadriga vinse una corsa di carri e divenne la prima campionessa.

Solo nel 1900 le donne furono ammesse alle gare dei Giochi Olimpici moderni, ma unicamente nelle gare di golf e tennis e solamente nel 1921 si tennero a Montecarlo i primi giochi mondiali femminili. È di tutta evidenza che i tentativi delle donne di conquistare un proprio spazio e un maggior coinvolgimento nello sport furono fin dalle origini una dura battaglia contro il predominio maschile, una battaglia che continua anche ai giorni nostri in tutte le discipline sportive.

A oggi le problematiche da affrontare sono molteplici, diverse le peculiarità delle stesse, soprattutto in relazione allo sport praticato. Il calcio femminile, in particolare, rispetto a quello maschile, non è da meno.

Solo in tempi relativamente recenti e precisamente nel 1930 possiamo trovare le prime notizie concernenti il calcio femminile, a Milano in via Stoppani, 12 viene fondato il Gruppo Femminile Calcistico. Le calciatrici italiane giocano indossando gonne. Poi, nel 1968 a Viareggio, nasce la Federazione Italiana Calcio Femminile.

Nel 1970 si realizza una divisione all’interno della FICF e nasce la Federazione Femminile Italiana Giuoco Calcio. Si disputano pertanto due campionati italiani: uno della FICF e l’altro della FFIGC. La FFIGC diventa FIGCF nel 1976.

Solo nel 1980 la FIGCF entra a far parte della FIGC come “affiliata” per iniziare un quadriennio sperimentale e nasce l’Associazione Italiana Giocatrici di Calcio.

Il CONI nel 1983 riconosce la FIGCF, ma ciò non viene attuato pienamente dalla FIGC.

Finalmente la situazione cambia nel 1986, anno in cui la FIGCF confluisce definitivamente nella FIGC e viene inquadrata nella LND e cioè nella Lega Nazionale Dilettanti come Comitato Nazionale Calcio Femminile. Quest’ultimo diviene Divisione Calcio Femminile, sempre all’interno della LND, tre anni dopo. Questa tribolata e lunga evoluzione trova il suo evento culmine nel 2000, quando il nuovo statuto FIGC (art. 7 punto 2) riconosce esplicitamente il calcio femminile: “… la divisione Calcio a 5 e la Divisione Calcio Femminile, formate dalle Società e dalle Associazioni disputanti i campionati corrispondenti a livello Nazionale, sono inquadrate, con autonomia amministrativa e gestionale e organi direttivi di natura elettiva, nella Lega Nazionale Dilettanti, salva diversa determinazione del Consiglio Federale adottata a maggioranza qualificata...”.

Un’altra novità rilevante si ravvisa nel successivo art. 8, ove si specifica che i calciatori facciano ingresso nel Consiglio. E visto che uno dei requisiti delle associazioni dei calciatori è la rappresentanza equa di calciatori e calciatrici, vi è un riconoscimento espresso del calcio femminile. Infine nell’articolo 17 si richiede esplicitamente che, per quanto concerne l’Assemblea Federale, la rappresentanza degli atleti debba essere composta anche dalle atlete. Si creano le basi (almeno in linea teorica) per dare al calcio femminile quella maggiore autonomia che gli è dovuta all’interno della Federazione stessa.

A oggi, però, il paradosso sconvolgente è che nessuna delle atlete italiane, a prescindere dallo sport di riferimento, è considerata sportiva professionista, anche se l’unica attività praticata è quella sportiva, solo sei sport sono considerati come attività professionistica e sono tutti declinati al maschile.

Tale assunto comporta un’analisi complessa sotto diversi profili.

Possiamo osservare in primis che la legge n. 91 del 1981 recante: “Norme in materia di rapporti tra società e sportivi professionisti” costituisce il primo peculiare e vero intervento legislativo in materia sportiva e costituisce la base di qualsivoglia analisi.

L’art. 2 della citata legge definisce, infatti, il professionismo sportivo statuendo come: “ ai fini dell’applicazione della presente legge, sono sportivi professionisti gli atleti, gli allenatori, i direttori tecnico-sportivi e i preparatori atletici, che esercitano l’attività sportiva a titolo oneroso con carattere di continuità nell’ambito delle discipline regolamentate dal CONI e che conseguono la qualificazione dalle federazioni sportive nazionali, secondo le norme emanate dalle federazioni stesse, con l’osservanza delle direttive stabilite dal CONI per la distinzione dell’attività dilettantistica da quella professionistica”.

La stessa prosegue analizzando e definendo vari e importanti aspetti del rapporto tra società e sportivi professionisti tra cui: la prestazione sportiva dell’atleta stesso (art. 3); la disciplina del lavoro subordinato sportivo (art. 4); la tutela sanitaria (art. 7); l’assicurazione contro i rischi (art. 8); il trattamento pensionistico (art. 9) e il relativo trattamento tributario (art. 15). Vengono in tal senso statuiti alcuni capisaldi dell’attuale distinzione tra professionismo e dilettantismo che, tuttavia, devono essere letti necessariamente comparandoli con altre disposizioni in materia; queste ultime sono contenute tra le altre: sia nelle statuizioni dell’Accordo collettivo stipulato tra la Federazione Italiana Giuoco Calcio, La Lega Nazionale Professionisti e l’Associazione Italiana Calciatori, ex art.4 della legge 23 marzo 1981 n.91 e successive modificazioni, sia in alcune norme dello Statuto del Comitato Olimpico Nazionale Italiano, sia nei Principi Fondamentali degli Statuti delle Federazioni Sportive Nazionali e delle Discipline sportive Associate (la cui ultima edizione è stata approvata dal Consiglio Nazionale del CONI con deliberazione n. 1391 del 10 marzo 2009). All’uopo si osservano, in particolare, per la loro specifica rilevanza, due articoli inseriti all’interno dello Statuto CONI:

  • Art.6, lett. D: Il Consiglio Nazionale: “Stabilisce, in armonia con i principi dell’ordinamento sportivo internazionale e nell’ambito di ciascuna federazione sportiva nazionale e delle Discipline Sportive Associate, i criteri per la distinzione dell’attività sportiva dilettantistica o comunque non professionistica da quella professionistica”.
  • Art. 22, comma 1: “Gli Statuti delle Federazioni sportive nazionali devono rispettare i principi fondamentali emanati dal Consiglio Nazionale, e devono in particolare ispirarsi al costante equilibrio di diritti e doveri professionistici e non professionistici, nonché tra le diverse categorie nell’ambito del medesimo settore”.

Parimenti, nei “Principi Fondamentali degli Statuti delle Federazioni Sportive Nazionali e delle Discipline Sportive Associate” rinveniamo:

  • Art. 13 “Principio di distinzione tra attività professionistiche e attività non professionistiche”: “In considerazione delle specifiche esigenze delle singole discipline afferenti alle Federazioni Sportive Nazionali e alle Discipline Sportive Associate, anche connesse alle normative delle Federazioni internazionali, i criteri per la distinzione tra attività professionistica e non professionistica sono rimessi all’autonomia statutaria nel rispetto dei principi posti dalla legge 23/3/1981 n. 91 e successive modificazioni” (comma 2).
  • “L’istituzione del settore professionistico da parte di una Federazione Sportiva Nazionale o Disciplina Sportiva Associata è possibile, mediante specifica previsione statutaria, in presenza di una notevole rilevanza economica del fenomeno e a condizione che l’attività in questione sia ammessa dalla rispettiva Federazione Nazionale” (comma 3).

Orbene, queste osservazioni costituiscono solamente brevi spunti di riflessione per rilevare come vi siano molteplici interrogativi irrisolti in materia i quali rappresentano la base di tutte le problematiche nate successivamente. Inevitabile che anche il ruolo della donna nello sport e nel calcio in particolare ne fosse coinvolto. Infatti, considerato il vuoto normativo e legislativo, attesa la mancata chiarezza per quanto concerne una qualificazione giuridica “corretta e reale” tra sportivi professionisti e dilettanti (“dilettanti di diritto” ma “professionisti di fatto”?) e conseguentemente, visti i minori diritti e la minor tutela di questi ultimi, com’è possibile non ravvisare discriminazioni per le donne all’interno dell’universo sportivo? Dottrina e giurisprudenza non hanno un orientamento prevalente e non forniscono mezzi idonei e certi, quantomeno con riferimento ai principi di base, per dirimere, una volta per tutte le controversie, con criteri di diritto uguali per le varie discipline sportive; ogni situazione fa storia a sé e la conseguenza immediata di ciò non può essere che una discriminazione generalizzata e indefinita. La donna, di conseguenza, ne paga il prezzo più alto.

Di fatto ad essa è impedito l’accesso al mondo professionistico. Le atlete siano esse podiste, cestiste, calciatrici, sciatrici, ginnaste o nuotatrici sono considerate sportive dilettanti (anche se campionesse olimpioniche) e non hanno accesso alla già citata legge n. 91 del 1981 e alla tutela statuita “in generale” per il mondo dei professionisti. Di fatto, la retribuzione prevista è “notevolmente” inferiore a quella dei colleghi sia negli sport che al maschile possono essere considerati sport di massa e, sia, in quelli “minori”; infatti, in Italia il compenso delle calciatrici, anche quelle al top, non è molto distante da quello di un impiegato, negli altri paesi Europei, invece, in sostanza, si può equiparare a quello di un calciatore di medio valore. Di fatto i fondi stanziati per sostenere “il calcio in rosa”, “il calcio con i tacchi a spillo” come affermato da taluni, e tutto lo sport al femminile sono insufficienti e spesso attesi per lungo tempo dagli addetti ai lavori. Ne è un esempio lampante il fatto per cui nel 2005 furono stanziati € 1.770.000 a sostegno delle realtà calcistiche femminili e a oggi parte della somma erogata, una parte rilevante, non è pervenuta alle società. La situazione economica di conseguenza è divenuta, in generale, sempre più preoccupante. Forse se, anche il calcio femminile costituisse una Lega propria potrebbe concorrere alla ripartizione dei fondi del CONI o delle scommesse con pari dignità rispetto alle altre Leghe. In altri paesi europei, invece, quali ad esempio l’Inghilterra, si stanno facendo notevoli sforzi per ottenere maggiori investimenti economici nel settore al fine di sostenere e promuovere il calcio femminile, fin dalla più tenera età, cercando di coinvolgere sia i bambini che le bambine in età scolare, sia le strutture scolastiche, sia gli organi competenti. La stessa cosa avviene in Svezia ove le ragazze che praticano il calcio sono moltissime rispetto agli altri paesi.

Se si considera in fenomeno negli USA la situazione, poi, si capovolge radicalmente rispetto all’Italia. Le imprese sportive delle atlete e delle calciatrici in particolare attirano sempre più consensi, una maggiore attenzione mediatica e quindi una maggiore visibilità, maggiori investimenti e di conseguenza un maggior risalto del calcio femminile. Ciò comporta conseguenze rilevanti anche per quanto concerne la regolamentazione del settore da un punto di vista giuridico e di tutela. Nella finale disputata nel 1999 al Rose Bowl di Pasadena tra Cina e America, vi erano 90.000 spettatori presenti e un miliardo davanti ai teleschermi. Questi sono numeri che dovrebbero farci riflettere. In Italia, di fatto, l’interesse dei mass media per lo sport al femminile è molto esiguo per non dire quasi totalmente assente; infatti, anche gli eventi più rilevanti a livello Europeo o Mondiale non vengono trasmessi, e la carta stampata non dedica lo stesso spazio alle notizie relative al calcio femminile come a quello maschile. Le donne hanno diritto solo a uno spazio marginale e di “nicchia”. Quale è la motivazione di ciò? Nell’anno dedicato alle pari opportunità forse questo problema di vera e propria discriminazione dovrebbe essere affrontato con coscienza e risolto.

Parlare a giovani calciatrici di concetti quali: smarcamento, finte o dribbling, passaggi, schemi o più in generale di tattica di gioco, di contrasti, etc… non è impossibile. La donna non è inferiore e non deve più subire tali pregiudizi. Non devono esistere sport “più o meno femminili”, ma solo sport. Ciò sia per la pratica vera e propria sia per gli addetti ai lavori. Si auspica al riguardo che l’attività svolta nell’ambito del settore giovanile e scolastico, in collaborazione con le scuole o le istituzioni, possa aiutare a superare queste problematiche e a cambiare la coscienza sociale sul tema eliminando una volta per tutte, col tempo, i pregiudizi e le disparità. Solo in un momento successivo sarà possibile pensare ai passaggi ulteriori, anche a livello legislativo. 

Non si dimentichi poi l’aspetto della tutela assicurativa contro i rischi e quella sanitaria assolutamente non paragonabili a quelle dei colleghi maschi.

Per quanto concerne il primo aspetto, l’art. 8 della già citata legge n. 91 del 1981 statuisce come “Le società sportive devono stipulare una polizza assicurativa individuale a favore degli sportivi professionisti contro il rischio di morte e contro gli infortuni, che possono pregiudicare il proseguimento dell’attività sportiva professionistica, nei limiti assicurativi stabiliti, in relazione all’età e al contenuto patrimoniale del contratto, dalle federazioni sportive nazionali, d’intesa con i rappresentanti delle categorie interessate”. Tale previsione ricomprende anche eventi estranei all’esercizio delle attività sportive dai quali, tuttavia, possa derivare un’invalidità sportiva permanente.

Le Federazioni sportive nazionali, quindi, devono verificare attraverso controlli specifici che tale obbligo sia ottemperato. Sono, tuttavia, esonerate le società che assicurano i loro sportivi all’INAIL.

L’Istituto di Nazionale per le Assicurazioni e gli Infortuni sul Lavoro in merito ha precisato che:

  1. la tutela riguarda non solo l’evento agonistico settimanale, ma anche le sedute di allenamento e preparazione e tutte le attività cui l’atleta e il calciatore in particolare sia tenuto per contratto;
  2. le retribuzioni stabilite per la quantificazione del premio valgono anche ai fini della liquidazione giornaliera di inabilità temporanea assoluta;
  3. la retribuzione da considerare per il calcolo del premio di assicurazione e il tasso applicabile è stata individuata con Decreto Ministeriale (D.M. 79/2002);
  4. l’assicurazione INAIL deve essere rispettata anche dagli sportivi professionisti dipendenti da soggetti obbligati all’assicurazione; tale obbligo sussiste anche in presenza di previsioni, siano esse di legge o contrattuali, e nel caso di polizze private.

Appare chiaro come tutti i criteri sopra citati se contestualizzati nel mondo del calcio femminile subiscano variazioni in relazione proprio al settore stesso cui si riferiscono ed è di ovvia deduzione come i valori dei premi siano infinitamente inferiori; raramente le atlete stipulano polizze private, proprio a causa dei relativi costi, comparati con i guadagni e se lo fanno non riescono a ottenere i relativi rimborsi, così come accade per tutte le spese sostenute dalle atlete stesse. Per le società è molto oneroso sostenere un obbligo di tal genere sommato a tutte le altre spese di gestione della società, a causa della mancanza di fondi adeguati sia privati (sponsor) che pubblici.

Un altro aspetto rilevante è quello della tutela sanitaria di cui all’art. 7 della Legge n. 91 del 1981. Tale norma prevede norme severe, nel merito, per salvaguardare la salute degli sportivi:

  • istituzione di una scheda sanitaria relativa all’atleta;
  • aggiornamento almeno semestrale della stessa, con indicazione di eventuali accertamenti sanitari richiesti e il loro responso, con ripetizione di quelli richiesti dal Decreto del Ministro della Salute; e, nel caso di esito negativo, comunicazione degli accertamenti all’interessato e al competente ufficio regionale in termini brevi, con possibilità per l’atleta di proporre ricorso entro trenta giorni alla commissione regionale competente;
  • deposito di una copia della scheda presso la Federazione Nazionale di appartenenza;
  • l’istituzione e l’aggiornamento della scheda sanitaria costituiscono condizione per l’autorizzazione da parte delle singole Federazioni allo svolgimento dell’attività degli sportivi professionisti.

Tuttavia, nel concreto, la situazione è impari tra il mondo del calcio maschile e quello femminile; atteso che vi è disparità di mezzi, anche e forse soprattutto, di carattere economico, e di strutture mediche proprie di ciascun settore. Per tale ragione, tra gli obiettivi che l’AIC (l’Associazione Italiana Calciatori/calciatrici) si propone di raggiungere, vi sono tra gli altri:

  • in caso di infortunio delle calciatrici nazionali ripartizione dell’invalidità al 50% tra atleta e società di appartenenza;
  • possibilità per le calciatrici di denunciare direttamente l’infortunio subito e in caso di liquidazione la possibilità per le stesse di farsi intestare il relativo assegno.

Non da meno è apparso necessario cercare di abbassare l’età minima per ottenere lo svincolo dalle società di appartenenza, che a oggi è fissato a 25 anni, anche se in Europa il limite minimo è 18 anni.

L’ultimo aspetto rilevante è rappresentato dal valore discriminante della L. n. 91/1981 per quanto concerne le atlete madri e di conseguenza per ciò che ci riguarda le calciatrici. Queste ultime, infatti, essendo considerate dilettanti, in caso di gravidanza, possono subire la risoluzione del contratto di prestazione sportiva per inadempimento da parte dell’atleta. Perciò, essere madre non appare essere un diritto, ma un privilegio.

In via generale possiamo riportarci al combinato disposto degli artt. 31 e 37 della nostra Carta Costituzionale, i quali tutelano la maternità e le lavoratrici madri, e all’art. 2110 c.c., il quale considera l’ipotesi dell’infortunio, della malattia, ma altresì della gravidanza e del puerperio statuendo che: “In caso di infortunio, di malattia, di gravidanza o di puerperio, se la legge o le norme corporative non stabiliscono forme equivalenti di previdenza o assistenza, è dovuta al prestatore di lavoro la retribuzione o un’indennità nella misura e per il tempo determinati dalle leggi speciali, dalle norme corporative, dagli usi o secondo equità...”.

Orbene, “di tali problematiche, sia in tema delle atlete madri che della reale applicazione del divieto di discriminazione e del principio di parità, si è interessato il Ministero per le pari opportunità, il quale, assieme all’associazione Nazionale Atlete (ASSIST), ha sollecitato il mondo dello sport, in particolare il CONI, ad affrontare la questione in maniera organica, auspicando per le sportive professioniste tutele che da un lato eliminino eventuali discriminazioni e dall’altro siano mirate allo specifico femminile ….. . La Giunta Nazionale del CONI, nella riunione nazionale del 29 novembre 2006, ha approfondito la predetta tematica, convenendo, in primo luogo, sulla necessità di un adeguamento dell’attuale legislazione statuale, in particolare della L. n. 91/1981, ormai non più rispondente, sotto diversi aspetti, alla realtà dello sport italiano. Allo stesso tempo, la Giunta ha ritenuto opportuno rivolgere un appello a tutte le Federazioni sportive nazionali e delle discipline associate, nonché agli enti di promozione sportiva, affinché nelle rispettive regolamentazioni venga tutelata, dal punto di vista sportivo, la maternità delle atlete dilettanti, sia in relazione al mantenimento del rapporto con la società sportiva di appartenenza sia sotto l’aspetto del merito sportivo…”. [1]

Tale invito è stato recepito solo tramite la disciplina contenuta nei “Principi fondamentali degli Statuti delle Federazioni Sportive Nazionali e delle Discipline Sportive Associate”, ove all’art. 14 è statuito: “Gli Statuti delle Federazioni Sportive Nazionali e delle Discipline Sportive Associate devono garantire la tutela della posizione sportiva delle atlete madri in attività per tutto il periodo della maternità fino al loro rientro all’attività agonistica” (comma 1). Le atlete in maternità che esercitano, anche in modo non esclusivo, attività sportiva dilettantistica anche a fronte di rimborsi o indennità corrisposti ai sensi della vigente normativa, hanno diritto al mantenimento del tesseramento, nonché alla salvaguardia del merito sportivo acquisito, con la conservazione del punteggio maturato nelle classifiche federali, compatibilmente con le relative disposizioni di carattere internazionale e con la specificità della disciplina sportiva praticata” (comma 2). Tale norma, purtroppo, è operativa solo nell’ambito sportivo, ed è pertanto insufficiente a tutelare le atlete.

La mancanza di una regolamentazione legislativa ad hoc comporta ad oggi l’applicazione della Legge n. 53/2000: “Disposizioni per il sostegno della maternità e della paternità, per il diritto alla cura e alla formazione e per il coordinamento dei tempi e della città”. Normativa che ha sostituito la Legge n. 1204/1971 e il relativo regolamento di attuazione (DPR 25/11/1976) costituenti il fondamento giuridico a tutela delle lavoratrici madri. Tale vuoto normativo di specie, tuttavia, appare con tutta evidenza preoccupante, proprio perché in mancanza di regole certe la giurisprudenza non fornisce un indirizzo preciso. La tutela apportata, pertanto, è insufficiente e non aderente in tutti i suoi aspetti peculiari al tipo di lavoro svolto.

Tuttavia, come ha affermato il Presidente della Commissione UEFA competente per il calcio femminile, “vi è grande soddisfazione per la crescita di quest’ultimo a livello Europeo".

L’avanzata del calcio femminile, pur con le molteplici difficoltà che sta affrontando sia a livello politico, sia a livello pratico e ovviamente anche a livello legislativo non si è fermata. Il Presidente della Commissione ha aggiunto: “La forza fisica non è la stessa (del calcio maschile) ma il livello tecnico attuale è equivalente a quello degli uomini. Dobbiamo continuare a lavorare per far crescere questo sport, e sono certo che fra un quinquennio il calcio femminile godrà di grande rispetto”. Lo stesso ha poi ribadito come: “La promozione è un tema che sta molto a cuore all’UEFA. Uno strumento per farlo sono i nostri tornei, ma esortiamo le Federazioni Nazionali a lavorare duro nei loro paesi affinché stabiliscano rapporti con i ministeri dell’istruzione e con i mass-media”. [2]

La Commissione ha poi ricordato come tra le sue responsabilità vi è non solo quella di monitorare concretamente la preparazione e lo svolgimento delle competizioni ufficiali, ma anche quella di istruire i tecnici e le atlete al fine di realizzare una competenza tecnica sempre maggiore. E come si stiano predisponendo nuovi strumenti per coinvolgere sempre di più i vari club.

In sostanza, il senso di unione, di appartenenza, la voglia di collaborare e di combattere, le idee e la tenacia hanno rappresentato la base per costruire i diritti e le garanzie conquistati fino ad oggi; ma rappresentano ancora il punto di partenza per proseguire in questo cammino. Un cammino arduo e complesso ma non impossibile. Le battaglie ancora da combattere sono molteplici in un duplice senso: difendere il patrimonio raggiunto e conquistare altri diritti e garanzie che, pur fondamentali, non sono ancora stati riconosciuti, né a livello legislativo, né a livello regolamentare, nonostante i principi contenuti nel Trattato di Lisbona e nella Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea, giuridicamente vincolanti non solo per tutti gli stati membri, ma anche per gli ordinamenti sportivi.

Appare chiaro pertanto come sia necessario continuare in questa direzione dando sempre maggior sostegno alle donne che intraprendono la carriera sportiva.

Michela Chiarini  Avvocato del Foro di Brescia. Corsista del Prof. Lucio Colantuoni - Corso di Perfezionamento in “Diritto sportivo e giustizia sportiva”. Università degli Studi di Milano. Facoltà di Giurisprudenza, 2008-2009. Collabora con lo Studio Legale Musumarra.



[1] Cfr., Enrico Crocetti Bernardi, Antonino De Silvestri, Paolo Amato, Lina Musumarra, Tommaso Marchese, Nicola Forte, "Il rapporto di lavoro dello sportivo", ed. Experta, 2007, pp. 34-35.

[2] Da UEFA.COM, 10 marzo 2008.

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