Si parla spesso di “sport pulito”, e qualcuno si chiede che cosa voglia dire. Non si tratta di uno sport buono e ingenuo, o magari anche bonaccione.
Non si dice che lo sport è nobile quando i nostri fanno i puri e i rispettosi mentre gli altri picchiano e vincono. E neppure che bisogna restituire colpo su colpo per mostrarsi coraggiosi, ma che, per vincere, occorre fare

Perché non piace chi pensa all’oggi a svantaggio del domani? Quasi tutti i giovani passano attraverso sport, che ha grandi potenzialità educative, ma non le sa usare.
Parlare di un dodicenne che ha calciato fuori apposta un pallone, forse decisivo, perché l’arbitro aveva visto un rigore che non c’era, può sembrare una notizia normale, ma è il caso di farlo.

Ho sempre più a che fare con ragazzi diversi per provenienza, educazione e condizione sociale e culturale e non so come fare per trattare tutti allo stesso modo. La domanda di questo istruttore è apprezzabile perché riguarda chi ha più bisogno, ma forse tiene troppo conto d’intenzioni anche lodevoli, purché non segua chi vuole trovare colpe in chi non ha disagi.

Oggi non parliamo di sport, ma prendiamo atto della caduta di un inganno. Anche l’Informazione, che faceva passare messaggi favorevoli di politici, altra gente tanto inconsistente da giustificarne (o consigliarne?) l’uso oppure conosciuta, ma fuori argomento, fa finalmente il proprio mestiere: la cannabis procura danni pesanti e anche irreversibili.

Prefazione Del libro Lo sport delle donne di Matteo Simone
Questa prefazione non tratta tanto ciò che è scritto, quanto ciò che è implicito, e che l’autore vuole trasmettere per definire la vera natura dello sport e della donna che lo pratica.

Ha senso continuare a credere la donna fragile, arrendevole, da proteggere, incapace di grosse prestazioni? Leggendo il libro dell’amico Matteo Simone, è il caso di dire di no. Fa parlare grandi atlete, ma il messaggio è rivolto a chiunque nella vita non si accontenti di limiti troppo stretti. Non parla soltanto di uno sport in solitudine, con e contro se stessi, ma anche di competizione, perché è entusiasmante vincere contro i propri limiti, e la natura umana chiede di misurarsi per raggiungere la posizione che compete a ognuno.

Sono donne particolari?

Alla base ci sono caratteristiche particolari, strutture fisiche che lo permettono e incontri casuali con lo sport, ma anche un carattere comune a tante donne. Sono grandi atlete, ma lo sono diventate perché lo hanno deciso. Non vanno oltre i loro limiti, perché vi si può andare solo con scappatoie e sotterfugi, ma inviano un messaggio a chiunque, donna o uomo, perché vivano una realtà più completa. E sono tante, ma ci dicono che potrebbero essere molte di più.

Di particolare, ma anche allenato dalla pratica del loro sport, caratterizzato da crolli, crisi e recuperi, hanno una spiccata resilienza, consapevolezza dei loro limiti e pregi, controllo della paura e della fatica, forza per provare anche a rischio di non farcela, gestione delle difficoltà e degli imprevisti, determinazione per combattere fino in fondo e fiducia di fronte al nuovo, al difficile e al misterioso.

Di quale sport si parla?

Lo sport di cui si parla è benessere, rapporto con la salute, scoperta della misura di sé, momento e mezzo di partecipazione e comunicazione, in cui ognuno scopre ciò che ha di potenziale, gioca con i mezzi che possiede e ottiene il massimo dalle proprie possibilità, tante o poche che siano. Riconosce la persona e non solo il primo, perché non impone di vincere o di misurarsi con parametri assoluti, ma di fare tutto ciò che è possibile e di cercare la propria misura, e non esclude chi è meno dotato. E consente al singolo sviluppare tutte le proprie qualità fin dove è possibile per battere il proprio record.

Questo tipo di sport spaventa chiunque valuti le distanze e tempi, ma non è sacrificio. È passione, divertirsi mettendosi alla prova, amore per la natura, vedere posti e paesaggi sconosciuti, perché ogni gara è diversa. È pensare in solitudine, scoprirsi nuove energie e liberarsi dalla fretta e dalla frenesia della quotidianità, perché si corre soprattutto per sé. E permette di sentirsi campioni anche solo quando si raggiunge l’obiettivo prefissato, non ci si arrende di fronte a ciò che è possibile e si riesce ad arrivare al traguardo.

Che cosa spinge a uno sport estremo? Il piacere di vincere è una forte motivazione, ma non è lo stimolo principale. Gli obiettivi importanti sono più intimi e personali, come andare oltre i limiti già accertati, non tanto per il record, quanto per mettersi in gioco e alla prova con se stessi e gli altri, scoprire e conoscersi, sperimentarsi, riuscire nonostante tutto, reagire a difficoltà e imprevisti e imparare a superarli. La motivazione e l’effetto di questa gara con se stessi, pur faticosa ed estrema, possono apparire incomprensibili, e sono la passione, la soddisfazione di un piacere vero, il benessere, il divertimento, la leggerezza fisica e mentale e “l’impossibilità di farne a meno”, come dicono le atlete intervistate.

Che cosa dà? Obbliga a uno stile di vita sano e a prendersi cura di sé, perché non può essere praticato senza precise attenzioni verso il corpo e la salute. Mobilita energie positive che non si sapeva di avere, e permette prestazioni che sembravano impossibili. Attraverso sostanze prodotte dal cervello per effetto dell’attività fisica, alza il tono dell’umore, combatte la noia e l’insoddisfazione, e favorisce l’autostima e la percezione di autoefficacia.

I preconcetti duri a morire

Oggi la donna sta andando verso il ruolo che le compete, ma non sono ancora del tutto superati certi preconcetti generici nei confronti dello sport.

Per una ragazza, e soprattutto per i genitori, vanno bene gli sport che fanno sperare nel successo o sono alla moda tra i giovani, ma se la stessa ragazza vuole solo fare sport per bisogno e piacere di muoversi e giocare, le possibilità sono poche. Ci sono sport che richiedono fatica o che, pur essendo per cultura e pratica rivolti all'uomo, potrebbero offrire alla donna l'opportunità dello sport davvero per tutti, ma molte sono contrarie.

Lo sport minaccia la femminilità o, perlomeno, non la favorisce, e tanti, di fronte alla prescrizione di movimento e attività fisica per disturbi che ne trarrebbero benefici, sono ancora convinti che l'idea del benessere sia legata al riposo e non all'esercizio e all'allenamento.

La donna ha un carattere fragile, non adatto a una competitività che implica anche aggressività e cinismo, tanto che, per alcuni, certi sport in cui vi è scontro fisico attirano solo soggetti mascolini o francamente omosessuali. Patisce un'emotività eccessiva e reazioni d'ansia di fronte alla competizione e alla paura di perdere, che vanno a incidere sulla continuità e sull'agonismo. Se rifiuta in modo troppo categorico un ruolo tradizionale femminile che non la appaga, può provare stimoli addirittura eccessivi alla competizione. Alcuni, poi, dicono che non è portata a sacrificarsi, mentre per altri andrebbe addirittura fuori misura per un eccesso d'impegno.

Altri pregiudizi riguardano la definizione di ultramaratona come sport estremo, perché sottoporrebbe l’organismo a sforzi insostenibili e dannosi per la salute, un consumarsi e rischiare ogni volta conseguenze irrimediabili. Chi la pratica, invece, parla di benessere fisico e psicologico, equilibrio emotivo, passione e gioia, e di sport come scuola di vita.

Infine, un pregiudizio ancora meno comprensibile viene dalla donna che non fa sport che è molto più critica e severa verso quella che lo pratica di quanto non lo sia l’uomo verso il maschio. Non accetta l'errore o la debolezza, si aspetta sempre che l'allenatore s’imponga con la frusta e, nonostante voglia uno sport al femminile, chiede l'aggressività che crede di vedere nell'uomo. Forse le cause sono attese eccessive e la pretesa che la donna imiti e superi l'uomo, che ha un'immagine ormai standardizzata, ma viene il dubbio di un'invidia verso la donna che fa sport, e la pretesa di sentirsi al di sopra, proprio come fa l'uomo spettatore dello sport femminile.

Come interpretare l’ultramaratona?

È sport estremo per resistenza, volontà determinazione e voglia di sapere fin dove si può spostare il proprio limite, ma non per rischio. C’è una zona misteriosa da scoprire, mai vissuta e superata dove, però, i pericoli veri non sono gli sforzi che sembrano sovrumani, ma l’inesperienza, l’impreparazione e la temerarietà.

Occorrono attenzioni, e Matteo le descrive. Innanzitutto, bisogna scegliere gli obiettivi possibili, che significa rispettare i ritmi dettati dal corpo, e non avere l’obbligo di stare nei tempi o migliorarli, oppure di dover terminare per forza il percorso. Certo sono necessari anche stimoli mentali, come non tornare indietro e non fermarsi al primo cedimento fisico o alla prima sensazione di spossatezza perché, se si vuole, si può continuare.

C’è, però, il momento in cui occorre fermarsi, e chi è abituato alle ultramaratone lo conosce ascoltando il proprio corpo. C’è anche una valvola di sicurezza: in un atleta preparato la mente cede prima del corpo e lo obbliga a fermarsi prima di entrare in una zona di pericolo. E non c’è neppure la tentazione del doping, perché si corre per la salute e non ci sono record sportivi da battere, ma la scoperta di qualcosa di sé che diventi stabile e da cui partire alla prossima gara.

Si va nell’inesplorato e si può non riuscire ad andare oltre i limiti che conosciamo, ma la consolazione è non essersi accontentati di avere fatto il possibile.

Chi la pratica la definisce scuola di vita, scoperta della parte di sé che non si conosce e non si sa di avere, definizione dei propri limiti per dare il meglio di sé andare dove è ancora possibile. Oppure la considera autoterapia nei confronti di insicurezza, rinuncia per sfiducia, stress, debolezze e tanti difetti.

 

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