Frana Italia: mancano i talenti?
È il caso di chiarire.
Non mancano i talenti, ma la preparazione per formarli. Vediamo paradossi alimentati dalla resistenza ai cambiamenti culturali e alle nuove acquisizioni, l’indifferenza verso gli stadi dello sviluppo, la mancanza di metodi per scoprire e far vivere le potenzialità della mente, errori commessi in buona fede, ma nocivi e non rimediabili.
Cerchiamo di descrivere, in modo schematico e comprensibile, alcune caratteristiche del talento, le difficoltà a trattarlo e gli errori che possiamo commettere.
Innanzitutto, occorre tenere conto che ogni talento è unico e raro. Ha qualità, ma soprattutto potenzialità, solo sue, è più precoce e ha doti che gli altri non hanno, e un'esuberanza e una creatività ancora disordinate. È un'opera d'arte già abbozzata nei suoi contorni, con potenzialità che vanno sviluppate e lasciate libere di esprimersi, badando solo a non guastarle.
Le qualità più caratteristiche ed evidenti del talento sono le doti tecniche, la creatività, la fantasia, l’originalità, l’intuizione, ingegnosità l’inventiva, la prontezza e tutte le altre qualità di un'intelligenza spiccata e vivace. Il talento intuisce d’istinto ed entra subito nei ragionamenti.
Dà risposte argute e impreviste, coglie sfumature che sfuggono e trova soluzioni inaspettate.
Ha sintesi e prontezza nel capire, e dunque sa prima degli altri cosa fare,
e lo fa alla sua velocità e a modo suo.
È ingegnoso nel mettere insieme le conoscenze e le spiegazioni, o nel trovare le conclusioni.
Ma ha anche limiti e difetti.
È più inquieto perché sente di valere più degli altri.
Chiede e pretende, e se non viene soddisfatto, crea problemi.
Tende a giocare per sé e a compiere i gesti dello sport senza bisogno di collaborare e di integrarsi con gli altri.
Crede di sapere perché sa organizzare le conoscenze, anche se poche o sbagliate, ed è abile a teorizzare e formulare ipotesi, ma ha scarsa concretezza e costanza per applicarle, e in ogni caso non esegue bene, perché è portato a inventare piuttosto che a ripetere.
Si oppone agli schemi troppo rigidi e fa poco per capirli, oppure fa di testa sua o si oppone.
È geniale anche quando vuole essere distruttivo.
Pretende lodi e apprezzamenti, e se non li ottiene cerca di stupire con tentativi maldestri o risponde con scarso impegno.
Mostra un desiderio palpabile e spesso irritante di affermazione.
È reattivo perché è più vivace, e se non ha altri modi per esprimere la propria forza creativa, cerca di imporsi e di occupare spazi che l'allenatore ritiene propri.
Se non trova il clima adatto, rifiuta ciò che devono fare tutti, non si adatta a mettere il suo talento al servizio degli altri e non si abitua al gioco di squadra.
Se non si ritiene apprezzato per le qualità che sono solo sue, può diventare ostile, reattivo o indolente.
Si appassiona fin troppo allo sport, dove ha successo e attenzioni, ma trascura altri interessi, dove non ha vantaggi di partenza e non gli fanno sconti.
Andando avanti, incontra altri con le stesse esigenze, ugualmente caparbi e poco disposti a farsi da parte per lasciargli recitare il ruolo di primadonna, e allora giustifica gli insuccessi con l'ostilità degli altri, la sfortuna o la giornata storta.
Se lo costringiamo ad allenamenti noiosi e pesanti, e se la gara non è un gioco allegro, ma una cosa molto seria da vincere, e la sconfitta un dramma da espiare in silenzio, non si diverte e si ribella.
Non è facile trattarlo, anzi impossibile, se non si sa trattare la mente, perché ha cervello e deve imparare a usarlo.
Ha più idee degli altri, spesso originali, ma anche molte da moderare.
Non è adatto al lavoro intensivo e metodico, all’agonismo esasperato e agli obiettivi lontani.
Possiede qualità e modi di imparare che lo distinguono dagli altri, e soffre i sistemi approssimativi e i ritardi dello sport.
Le sue qualità più evidenti sono la vivacità, l’iniziativa, la creatività e l’ingegno, doti da indirizzare e, poi, lasciare libere di esprimersi, altrimenti si perdono o possono diventare distruttive.
È difficile seguirlo quando salta qualche passaggio nel ragionamento, anche perché a volte sembra illogico perché sbaglia per troppa fantasia.
Non serve ossessionarlo con le parole o tentare di “caricarlo”, perché è spinto a fare dalle proprie motivazioni, dal piacere del gioco, dai miglioramenti e dall'apprezzamento di chi lo educa.
Ha bisogno di un clima nel quale tutti comunicano con tutti perché, se non trasmette le qualità del suo talento, rischia di non essere capito e di giocare da solo.
Le valutazioni eccessive lo pongono nella condizione di poter pretendere più degli altri o di credere di avere già tutto senza dover fare nulla per migliorarsi.
Se oppresso da freni inutili e valutazioni preconcette la sua ingegnosità va verso qualsiasi situazione le consenta di esprimersi, e può diventare futile o distruttiva.
Se gli chiediamo troppo e non ce la fa, si scoraggia, a volte fino a credersi meno dotato degli altri e a non impegnarsi per evitare il rischio di mettersi alla prova.
Se gli chiediamo troppo poco o eccediamo negli apprezzamenti, può credere di non avere nulla da imparare e di poter giocare da solo e soltanto per sé, oppure annoiarsi e perdere gusto al gioco.
Senza insegnamenti e metodi adatti a sviluppare l’intelligenza, si raggiunge l’apprendimento, si sfiora appena la critica e s’ignora la creazione, che è la su vera dote.
Gli errori dello sport
Attribuire alla sua specificità quasi una disposizione naturale ad avere più pretese o a non stare nelle regole.
Trattarlo da fenomeno, e pretendere che lo sia.
Credere che possa precorrere i tempi e impartirgli una specializzazione precoce.
Considerare spigoli da limare le doti del suo talento, che sono le qualità più importanti per lo sport.
Adattarlo a schemi comuni, invece di lasciargli sviluppare la sua specificità.
Dimenticare che è una potenzialità capace di straordinari sviluppi e d’inspiegabili fallimenti.
Illudersi di poter creare uno sportivo diverso da quello che potenzialmente c'è in lui.
Non capire che, dietro l'inquietudine, l'imprevedibilità, la ribellione agli schemi, la resistenza alle imposizioni, il desiderio di fare di testa propria o la critica, può nascondere genialità e talento.
Cercare e sviluppare in tutti le stesse qualità, e rifiutare ciò che lo distingue, che è la sua vera natura.
Accontentarsi di ciò che riesce a dare purché vinca, e non prepararlo all’aumento delle difficoltà.
Lavorare sulle qualità presenti e redditizie al momento, e non su quelle ancora solo potenziali.
Farlo giocare per vincere oggi, e non per imparare per quando vincere sarà il vero obiettivo.
Imporre un insegnamento e una specializzazione precoci e uguali per tutti, non porgli limiti, concedergli privilegi e lasciargli uno spazio che non sa ancora amministrare.
Sacrificare le qualità del talento a favore delle abilità che servono per avere i risultati oggi, ma il fenomeno di oggi difficilmente lo sarà anche domani.
Usare i metodi e gli stimoli adatti all'adulto, che non rispettano i tempi dello sviluppo e disturbano anche quello psicologico.
Insegnare tutti i mezzi e i trucchi che servono per vincere, invece di lasciarlo giocare.
Offrirgli subito gli strumenti dell’agonismo adulto, e così non lasciarlo "giocare", mentre è proprio nel gioco che ha modo di scoprire le qualità di cui dispone e di provare i gesti e le soluzioni che gli suggerisce il suo talento.
Dedicare solo a lui attenzioni e incitamenti, e in pratica imporgli di vincere da solo, e così scoraggiarlo se non riesce e stufarlo con troppe responsabilità.
Portarlo in palmo di mano perché fa vincere, e abituarlo ad avere un apprezzamento che si dovrà guadagnare più tardi, quando avrà a che fare con tanti altri talenti.
Costringerlo a giocare per non sbagliare, invece di permettergli di esprimere tutta la creatività.
Aspettarsi che produca invenzioni e soluzioni che gli altri non capiscono, fino a portarlo a non essere costruttivo per la squadra.
Indottrinarlo con tutta l’esperienza per farne il proprio capolavoro, senza lasciare che impari a creare da solo.
Troppi confondono l’ubbidienza imposta con la partecipazione consapevole, e formano soldatini fedeli ma privi di autonomia e incapaci d’iniziativa personale.
Perseguire obiettivi non di bel gioco ma di risultati imposti dalle società, e così il talento che non si adatta diventa ostacolo.
Formare squadre non omogenee e troppo numerose, dove il talento è scomodo perché difficile da gestire.
Lasciarli avvicinare dai procuratori quando sono ancora quasi bambini, che significa trasportarli in un mondo che li confonde, incide sullo sviluppo della persona e non sanno ancora assorbire.
Nonostante ciò che si dice, non investire nei Settori Govanili, perché acquistare all'estero il talento da formare o già formato, costa meno e si va sul sicuro.
E a chi afferma che il talento vero emerge comunque e nonostante gli stranieri, occorre chiedere se lo sa formare e quanto spende per formare gli istruttori.
E se cominciassimo anche a pensare che il destino di un talento spesso dipende dai procuratori, il proprio e quello degli altri.
E che dire delle società che acquistano un talento in comproprietà e lo fermano in panchina per un campionato per acquistalo interamente dopo una stagione brutta e sprecata?
Visto quanto è complesso un talento e quanto è difficile formarlo? È ora di convincersi che senza una formazione dei “formatori”, fatta da chi conosce la mente, e ci lavora, i tempi e il giovane attuali, avremo soprattutto talenti che si perdono man mano che ne subiscono i modi e l’insegnamento.
Si è anche parlato di tensione, freni psicologici e paure di ogni tipo, e qui vengono in mente certi guru e figure ai vari livelli dello sport che conoscono la mente come io conosco i calcoli per il cemento armato e fanno interventi bizzarri, spesso privi di logica e abitualmente negativi.















