Sviluppo

Le motivazioni alla scoperta e allo sviluppo delle abilità sono le stesse per tutti.

Nascono con il bambino, e si rafforzano man mano che si scoprono e si sviluppano le qualità potenziali.

Nello sviluppo delle motivazioni, il talento è favorito dalla maggior dotazione, ma incontra più rischi.

Se, infatti, il giovane che fa semplicemente sport, quando se ne stufa lo abbandona per altri interessi, il talento che lo abbandona perché si sente frenato va incontro a due conseguenze solo apparentemente opposte: rinuncia e s’inaridisce o, se aveva investito troppe speranze, dirige la creatività e l’iniziativa verso scopi non costruttivi.

Le motivazioni del talento sono sollecitate dallo sport proposto come gioco, dalla vittoria come piacere e non come obbligo, dall’iniziativa libera da schemi obbligati e dalla possibilità di valutarsi da ogni gesto senza dover lavorare per il risultato. Conta anche il confronto con l’avversario, ma solo per verificare i progressi e affinare le abilità, e non per imporre la propria supremazia.

Nei primi anni, il talento ricava piacere dai vantaggi che trova nel gioco per ciò che sa fare meglio degli altri, e non prova interesse per ciò che potrà ottenere in futuro. Gioca per vincere, perché per lui significa crescere e valorizzarsi, e lo stimolo a migliorarsi è dato dalla scoperta di nuove abilità, dall’apprezzamento dell’adulto e dalla possibilità di prevalere nei confronti dei coetanei. Attenzione, però, alle tappe dello sviluppo, che hanno precise esigenze, e a evitare l’illusione di sopravvalutarlo perché si senta incoraggiato, o sottovalutarlo per spingerlo a un maggior impegno, altrimenti le motivazioni possono rimanere inattive o, addirittura, estinguersi.

Il talento ha il vantaggio di una maggiore dotazione, ma neppure per lui le motivazioni sono automaticamente sufficienti per portarlo allo sviluppo completo della capacità. Anche lui ha bisogno di acquisire sicurezza e di uno sport gliene offra la possibilità. Uno sport che gli proponga situazioni sempre nuove da affrontare e risolvere, lo renda sempre più padrone dei propri gesti, e gli consenta di sbizzarrirsi con la fantasia e provare senza paura di sbagliare, di conquistarsi il rapporto con l’adulto e di essere apprezzato per ciò che sa fare.

Verso gli undici, dodici anni, inizia a immaginare anche ciò che non è presente, a vedere il futuro e a “lavorare” per obiettivi più lontani che richiedono impegno e non soddisfano sempre il piacere del momento. Sente, però, di dover dare anche dei risultati, e quindi di dover tollerare impegno, sforzi e giudizi. È pronto per iniziare la specializzazione, ma diventa ancora più importante saperlo valutare perché, se gli poniamo richieste non proporzionate alle sue possibilità, o anche solo che non ritenga concretizzabili, creiamo un clima d’insicurezza e sfiducia nelle proprie capacità che può portare alla rinuncia o alla ribellione.

Più tardi, con l’affermazione del pensiero astratto e l’ulteriore sviluppo delle abilità, vuole maggiori riconoscimenti, ma occorre vigilare. Si può compiacere della propria abilità e soffocare la motivazione a migliorarsi, oppure assumere posizioni che ostacolano il collettivo.

Come trattarlo? Occorre innanzitutto saper agire sui caratteri positivi dell’età. Per esempio, non è più spinto solo dal piacere del presente e a programmare e fissarsi obiettivi a lungo termine, è più motivato a raggiungere le abilità possibili e può già immaginare una realizzazione adeguata ai suoi mezzi.

Poi, considerare che avverte più forte il bisogno di differenziarsi dai coetanei e prevalere per l’abilità, di esporre e far valere le proprie opinioni, di verificare i miglioramenti ed essere apprezzato per ciò che sa fare. Può ragionare e offrire un impegno consapevole e non solo favorito dal piacere. È sempre più attratto dalla prospettiva di raggiungere traguardi appaganti e di scoprire, sperimentare e superare i limiti del momento. Ed è preparato a fare qualcosa che al momento non lo appaga e a impegnarsi nella cooperazione, e dunque, è pronto per l'insegnamento teorico, la specializzazione e il collettivo.

Il come fare è troppo lungo, anche se non è complesso. Innanzitutto, usiamo bene le motivazioni. Non diciamogli che cosa deve fare, ma cerchiamo di capire fin dove può arrivare, che cosa chiedergli e come chiederlo. Teniamo conto delle sue aspirazioni e chiamiamolo a collaborare e a sentirsi artefice. Diamogli le regole di cui ha bisogno per sentirsi sicuro, e convinciamoci che l’interesse e il piacere hanno sostituito il “sacrificio”. E, in particolare, non freniamo o, peggio, ostacoliamo le motivazioni, anche quelle che hanno più bisogno di essere moderate, che sono il più forte stimolo all’evoluzione.

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