Sviluppo

Verso gli undici, dodici anni, con lo sviluppo della capacità di pensiero astratto, il giovane inizia a vedere anche ciò che non è presente.

A progettare il futuro e a “lavorare” per obiettivi più lontani, che richiedono impegno e non soddisfano il piacere del momento.

In pratica, comincia a sperimentare la vita dell’adulto. Sente, però, di avere dei compiti e di dover dare prova di valere, e quindi di dover tollerare dei giudizi. Diventa allora importante saperlo valutare, perché se gli poniamo richieste non commisurate alle sue possibilità, o anche solo che non ritenga concretizzabili, creiamo un clima d’insicurezza e sfiducia nelle proprie capacità che lo può portare alla rinuncia o alla ribellione. Se gli poniamo richieste superiori alle sue possibilità, quindi, lo convinciamo di non essere all’altezza, e lo portiamo a ritirarsi anche di fronte a ciò che gli sarebbe possibile.

Qui è il compito delicato dell’istruttore, che non può sbagliare le misure, ma come fare? Se crede di poter chiedere secondo schemi uguali per tutti, non ritiene il caso di conoscere gli allievi con le loro possibilità e i propri limiti, non avverte il crescere del disagio o è convinto che tutto sia passeggero e si risolverà da solo, non si può interessare di giovani.

Queste considerazioni suggeriscono che, anche nello sport, la sicurezza e l'interesse non derivano tanto dalle qualità di cui si dispone o dalla possibilità di raggiungere traguardi prestigiosi, quanto dal sentirsi sempre adeguati e sicuri nei confronti di richieste commisurate al periodo di sviluppo. E che la preparazione per competere ad alto livello è un processo continuo e mai angoscioso, frutto d’impegno e non di una fortunata combinazione di circostanze o di stimoli esterni.

Altra attenzione va dedicata a motivazioni sempre più vicine a quelle dell’adulto. A questa età, il giovane avverte più forte il bisogno di differenziarsi dai coetanei e prevalere per le proprie abilità, di esporre e far valere le proprie opinioni e di verificare i miglioramenti ed essere apprezzato per ciò che sa fare. Ha bisogno di essere valorizzato e riconosciuto, di “contare”, e allora dobbiamo stare attenti che non creda di potersi permettere tutto e di non avere più nulla da imparare, in pratica che “non si monti la testa”. Il “montato” risponde meglio del rinunciatario scoraggiato, ma bisogna saper sommare polso e disponibilità e applicare le regole senza cedimenti, altrimenti ci possiamo fare un nemico che ci sfida o decide di abbandonare lo sport.

Col tempo, è sempre più attratto dalla prospettiva di raggiungere traguardi appaganti, di saper competere in concorrenza con gli altri, e di scoprire, sperimentare e superare i propri limiti. Assume, quindi, i caratteri della professionalità, che non significa solo affrontare con maturità la professione, ma anche non tirarsi indietro di fronte alle esigenze della vita adulta fuori e dentro lo sport. Ha imparato a familiarizzare con il pensiero astratto, e allora dobbiamo cambiare le regole del rapporto: possiamo ragionare, individuare e programmare obiettivi a lungo termine e aspettarci un impegno consapevole e non solo favorito dal piacere. In pratica, è pronto a fare anche ciò che al momento non lo appaga e a impegnarsi nella cooperazione, e dunque, è pronto per l'insegnamento teorico, la specializzazione e il collettivo.

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