Formazione

Nel colloquio prima della gara, è utile parlare tanto anche a livello individuale?

Lei dice che la carica non serve, ma allora perché la fanno anche nel professionismo?

Non si tratta di parlare tanto o poco, ma di creare, e spesso semplicemente non guastare, quel clima che dà la sicurezza di potercela fare. Di solito, parliamo tanto quando non siamo sicuri che l’allievo abbia capito e sia capace di raggiungere da solo le condizioni ottimali per la gara, ma in questo modo trasmettiamo anche a lui la nostra insicurezza.

Allora dobbiamo trovare qualche espediente per stimolarlo, come la carica, che dovrebbe trasmettergli voglia di giocare e decisione e portarlo a un livello di attivazione, che sarebbe meglio dire tensione e frenesia “indispensabili” per raggiungere il top del rendimento. Così si va oltre il livello ottimale, e allora subentrano l’insicurezza, la paura di perdere e certi meccanismi fisiologici che ci mettono a disposizione tutte le energie che abbiamo. E poi, anche se può non sembrare logico, lo sport è gioco e gioia, e non certo “rabbia”, “fame” o agonismo feroce. Basta ricordare che nella nostra gara più bella eravamo creativi, lucidi, entusiasti, sicuri di potercela fare o, almeno di giocarcela tutta senza paura.

Oppure, cerchiamo di richiamare quei doveri che dovrebbero far parte della vita adulta o dello sport senza bisogno di ripeterli. Se l’allievo non ci crede, abbiamo solo parlato a vuoto, ma c’è anche il rischio che queste manipolazioni perdano rapidamente efficacia e ci tolgano autorevolezza. La necessità di riproporle ogni volta, infatti, dimostra che non lasciano il segno, come ogni cosa ripetuta, che è sempre meno efficace, fino a diventare un semplice rituale, una superstizione, o la confessione di non avere altre risorse.

C’è però anche chi ci crede, che deve ammettere con se stesso di non sapere come cavarsela da solo. Tutte le volte che ci sostituiamo a qualcuno, gli ripetiamo qualcosa che gli dovrebbe già essere chiaro e implicito o gli prepariamo tutte le soluzioni invece di insegnargli a camminare con le sue gambe, non gli diamo appoggio e più strumenti, ma gli procuriamo insicurezza. Gli diciamo che non lo saprà mai fare da solo, e lo mettiamo nella condizione di dover sempre essere portato per mano.

Nello sport, convinciamo l’allievo di non essere pronto e di avere bisogno di un intervento che non dipende da lui, e così accentuiamo l’insicurezza e la paura di non farcela.

Nello sport e fuori c’è un controsenso duro a morire. Si crede che accentuare le difficoltà e la paura stimoli il coraggio e formi il carattere, ma la paura, al contrario della sicurezza, frena la prestazione. La mente, infatti, segue una logica più complessa, apparentemente paradossale: se crediamo di poter dare sicurezza e coraggio con le parole, implicitamente ne rileviamo la mancanza e procuriamo insicurezza, con tutti i disturbi psicosomatici che gli allievi troppo caricati conoscono. E poi, non ci viene il dubbio che, mentre noi cerchiamo di caricarlo, l’allievo speri che la smettiamo per preparare la gara con i propri metodi?

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