Formazione

Si ritiene ancora che l'allievo debba essere abituato alla pura assimilazione e educato a ripetere e applicare gli schemi e i comandi che gli sono imposti.

Secondo questo principio, durante la for­mazione la capacità di creare e di fornire apporti personali è un inutile ostacolo e, in seguito, può essere ac­quisita in modo automatico, con l'ingresso nella vita sportiva adulta.

Con questi sistemi, se in passato si ottenevano risultati accettabili, oggi si deve sottostare a troppi limiti. È più facile stimolare vere e proprie ribellioni, o anche solo un’opposizione reattiva, che si manifestano come immaturità, discontinuità e resi­stenza alle regole collettive. O al massimo, con la richiesta di obbedienza e sottomissione si ottiene un'adesione passiva e priva di critica.

Il giovane di oggi, infatti, è a contatto con altri stili educativi. È appagato spesso senza neppure il bisogno di chiedere e, specie nei primi anni, non sa ancora tollerare rinunce o impegni che non danno una soddisfazione immediata. Il bambino, per esempio, è quasi indifferente verso la gloria e la carriera. Mentre per l'adolescente può essere causa di un rapporto sbagliato con lo sport. È dunque facile comprendere che l'incapacità di guadagnare l'adesione dell'allievo equivale all'impossi­bilità di formarlo.

I metodi tradizionali si fondano su alcune contraddizioni:

  • Non agiscono sui caratteri e sulle potenzialità specifiche dell’allievo e, di conseguenza, non li possono riconoscere e sviluppare;
  • Hanno un'unica modalità d’insegnamento, che esprime le convinzioni di ogni allenatore e prevede una pura trasmissione di informazioni non modificabili, la richiesta di precise ese­cuzioni e la verifica dell'avvenuto apprendimento nella fe­deltà dell'applicazione;
  • Non chiedono apporti personali e, di conseguenza, portano a conoscere solo le qualità che l'alle­natore decide, o è in grado, di indagare;
  • Trasmettono soluzioni ottimali e già definite, e dun­que sopiscono il desiderio di scoperta e ostacolano la formazio­ne di opportune disposizioni ad affrontare la realtà con ini­ziative personali;
  • Frenano l'autonomia dell'allievo, poiché lo dispongono alla con­tinua attesa di qualcuno capace di sostituirsi nell'uso della sua libertà d'azione.
  • Si aspettano comportamenti opposti a quelli insegnati. Chiedono pure esecuzioni, mentre vorrebbero uno sportivo capace di sviluppare iniziative autonome, non lo aiutano a conoscere e rego­lare le proprie capacità e si aspettano che le sappia amministra­re, o non allenano all’assunzione di responsabilità, e credono di formare un individuo disponibile a collaborare.

La funzione educativa non può mai sottrarsi a una regola fon­damentale: quella di trasmettere comunque le proprie stesse pre­rogative e i propri modelli di comportamento o, non inatteso, il loro contrario. Se l'allenatore, ad esempio, vuole imporre il proprio ruolo autoritario, deve aspettarsi un allievo che, fedele all'insegnamento, attende l'ingresso nell'età adulta esercitare lo stesso comportamento. O, al contrario, un succube che gli impone di condurlo sempre per mano.

In definitiva, i metodi di formazione ancora in uso nello sport si possono riassumere in un comportamento che:

  • trascura ciò che è specifico del singolo a vantaggio di una rigida aderenza a modelli ottimali;
  • raggiunge l'imitazione e l'apprendimento passivo, ma non la critica, l'intuizione e la creazione, che sono i livelli più elevati dell'intelligenza;
  • trasmette soluzioni precostituite, ma non insegna a gestirle da soli;
  • impone una specializzazione precoce, ma poi chiede solo una produttività immediata e priva di rischi;
  • non allena a sperimentarsi e ad applicare schemi non anco­ra collaudati;
  • usa valutazioni non veritiere e, quindi, scoraggianti;
  • non conosce evoluzione: trasmette solo ciò che sa l'allenatore.

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