Formazione

Molti allenatori, sotto la spinta di un ambiente in continua evolu­zione, cercano di adattare i sistemi tradizionali ai nuovi concetti culturali.

Spesso, però, hanno solo adottato apparenze più moderne, e continuano, in varia misura, a considerare l'allievo semplice materia da modellare.

Altri, più preparati, pur ricalcando ancora schemi tradizionali, sono più aperti alla considerazione dei caratteri specifici dell’allievo e attenti a evitare rapporti anche solo tendenzialmente conflittuali. Hanno, in sostanza, sostituito il metodo impersonale del comando con la ricerca, spesso manipolativa, dell'adesione e del consenso.

Tali metodi offrono una certa forma di partecipazione, anche se parziale, e non sono necessariamente destinati all'insuccesso. Si fondano però ancora sul mantenimento della differenza di ruolo e di conoscenze tra educatore e educato, e continuano a proporsi secondo le aspettative e le opinioni che l'al­lenatore si è formato sull’allievo.

In pratica, non è ancora abbastanza chiaro che non ha significato lavorare sulle qualità generiche che servono per un determinato sport e formare così sportivi tutti uguali e aspettarsi che il talento faccia semplicemente meglio ciò che fanno tutti. O, da un altro punto di vista, non considerare che ognuno ha mezzi diversi ed è indispensabile scoprirli e sviluppare perché arrivi al gesto tecnico che utilizza tutte le sue potenzialità e gli è più funzionale.

Il passaggio alla modernità presuppone molti altri fattori. Il primo è l’acquisizione della consapevolezza di avere un compito fondamentale: con i giovani non ci possiamo più accontentare di una vittoria ottenuta in qualsiasi modo. Abbiamo la grande opportunità di formare un adulto adeguato, autonomo e responsabile fuori e dentro lo sport (consultare Il Progetto), perché in questo compito lo sport può essere importante quanto, e forse di più, della famiglia e della scuola.

Non si può però semplificare. Nello sport tutti si sentono un po’ psicologi, anche perché il termine è stato banalizzato dalla mancanza di conoscenze, e forse la colpa è anche di noi che ci interessiamo della mente, che non siamo riusciti a farci capire. Questa superficialità è causa di uno sviluppo incompleto del giovane, di mancata scoperta e sviluppo di potenzialità e di talento, di troppi abbandoni fino a danni alla persona che a volte non sono più riparabili.

Non vorrei essere troppo drammatico, ma la mente è un meccanismo troppo delicato e difficilissimo da conoscere per essere trattato con superficialità. Occorre una preparazione degli istruttori fondata su conoscenze e sperimentazioni che portino a metodi e a una precisa cultura della formazione, e non sul buon senso comune o sul “come si è sempre fatto”.

Occorre superare resistenze ancora tenaci, ma non certo insuperabili. Nello sport per tutti, dove si lavora per passione e pochi soldi, non ho ancora conosciuto istruttori che non farebbero di tutto per i loro allievi, ma occorre fare un passo avanti e, ne sono convinto, non avere paura del nuovo, perché è accessibile e dà molte soddisfazioni.

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