Formazione

Alleno bambini e a volte mi trovo a chiedermi se devo far giocare subito il calcio degli adulti o aspettare.

La specializzazione precoce, che consiste nel cercare solo quello che è utile e serve subito, magari anche il gesto tecnico perfetto o la disposizione tattica più funzionale, significa costruire sul poco invece di aspettare quando l'allievo avrà i requisiti per imparare e applicare.

È il controsenso più duro a morire, ma è un errore comprensibile, perché sembra più utile che i bambini imparino subito bene piuttosto che giocare in libertà e senza schemi, con il rischio di assumere difetti difficili poi da correggere. Ma è anche un limite dello sport. Da una parte manca l'abitudine ad allenare il giovane a usare da solo le proprie risorse e si pretende ancora di pilotarlo come fosse un automa e, dall'altra, il "come si è sempre fatto" e il "come fanno tutti" rassicurano, anche se fanno perdere tanti ragazzi allo sport e creano sportivi incompleti.

E allora come regolarsi? Il bambino non è una materia alla quale dare forma secondo un modello ideale. Vediamolo come una potenzialità ancora tutta da scoprire e sviluppare, e qui sta il passaggio dal tradizionale al moderno. Non lo possiamo sviluppare noi, ma soltanto creare le condizioni perché sviluppi ciò che solo lui possiede.

Vediamo alcune ragioni. L'adulto che dobbiamo formare per restare al passo con i tempi o, come spesso avviene, per motivare un giovane troppo teso all’appagamento e meno disposto all’impegno, non è più il puro esecutore, ma un soggetto che conosce, pensa, decide e sa amministrarsi da solo.

Dobbiamo operare sul talento, che è una potenzialità che distingue ognuno dagli altri e ciò che a ognuno riesce meglio. Di conseguenza, se pretendiamo di costruire uno sportivo secondo aspettative e metri nostri, ne formiamo tanti tutti uguali, ma non quello che potenzialmente vi è in ognuno.

Il bambino non ha ancora le strutture per imparare, ragionare e fare come l'adulto. In particolare, non possiede ancora il pensiero astratto, e dunque non progetta, e impara con il gioco, e non con le parole e i ragionamenti proposti dall’adulto.

Il gesto imparato da un bambino, che ha una struttura fisica e mentale del tutto diversa da quella dell'adulto, subito è una brutta imitazione, e in seguito sarà cambiato e non si avvicinerà mai a quello del campione. E allora come fare? Lasciare che il bambino giochi all’interno di poche ma precise regole, la cui osservanza è il vero insegnamento che resterà anche nella vita adulta.

E ciò che può insegnare il campione andrà perso? Certamente no, ma il giovane, dopo aver acquisito l’armonia e la padronanza del proprio gesto, cercherà di migliorarlo adattandovi i tratti originali e creativi di quello del campione.

A differenza di ciò che pensa chi è convinto di tutelare il giovane portandolo subito a giocare come l’adulto, la specializzazione precoce penalizza soprattutto il talento. Sia perché, se lavoriamo sulle poche qualità che un bambino conosce e sa usare, non gli lasciamo scoprire tutte le altre, che si esprimono solo se possono essere sperimentate in un gioco libero e, sia, perché l’obbligo della ripetizione e l’insegnamento uguale per tutti sono ostacoli alla creatività e alla libera espressione del talento.

Quindi, passiamo il periodo che va fino agli11-12 anni a scoprire il bambino e a creare le condizioni perché lui scopra tutto di se stesso, e cominciamo a specializzarlo solo dopo, quando avrà sviluppato tutte le proprie qualità e le saprà usare.

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