Formazione

Il testo è l’estratto di una relazione al congresso della Società Italiana di Psicologia Individuale del 1993 a Budapest.

Le linee guida sono rimaste invariate, ma aspetti particolari possono essere arricchiti, modificati o anche cancellati. Invito a effettuare una lettura critica e segnalare i punti che vorremo analizzare, discutere insieme e inserire.

Una formazione ancora tradizionale

Lo sport, ancora oggi, s’interessa e studia le qualità tecniche e fisiche, ma non possiede ancora strumenti per formare l’uomo che le utilizza. Usa metodi d’insegnamento non più attuali, non ricerca conoscenze e strumenti atti a scoprire, correggere e sviluppare l’intelligenza, la personalità e il carattere. Non rispetta le fasi dello sviluppo e ignora l’influenza delle motivazioni e della partecipazione consapevole.
Questo ritardo ci dà uno sportivo che non impiega tutte le proprie risorse, perché non è allenato a pensare, proporre, decidere o essere responsabile senza dover essere guidato. Si forma imitando modelli ideali, e quindi si deve uniformare a capacità e mezzi di altri, estranei alle sue qualità e quasi mai raggiungibili, ma così non è libero e motivato a indagare, conoscere e sviluppare i propri. Lo sport, quindi, non sa ancora trasformare il gioco in uno strumento educativo, capace, cioè, di sviluppare insieme la persona e l’atleta.

 Oggi

Per liberarsi dai presupposti che guidano ancora lo sport, occorre farne un’analisi critica e severa, perché lo sportivo attuale ha troppe potenzialità non espresse e, nel talento, a volte addirittura pericolose; e perché sarebbe sufficiente evitare certi errori per condurre una formazione produttiva.
Al giovane attuale si danno indicazioni di cui non conosce le implicazioni e gli usi, così che assorbe in modo passivo ciò che gli insegnano. Non è allenato a esprimersi secondo proprie opinioni e a operare senza essere guidato e, quindi, a vivere lo sport come campo di creatività, originalità, iniziativa o, in sintesi, come crescita e ricerca di completezza personale.
Si avverte una crescente curiosità e interesse verso tecniche più moderne, ma non verso ciò che è più specifico e decide e regola la persona e la sua l’attività. Spesso, rifiuta di riconoscere questa struttura dell’atleta o, peggio, la teme. Oppure, la tratta secondo i criteri del buon senso comune o dell’esperienza fatta sul campo. Altre volte, invece, cerca, con tentativi solo esteriori, di affinare sistemi non più attuali. In pratica, dice meglio che cosa fare, ma così limita ancora di più la libertà espressiva e la possibilità di autonomia del talento.
Oggi i vecchi stimoli non hanno più presa sui giovani, e allora lo sport cerca di compensare la disarmonia del giovane con altre sollecitazioni. Lo sottopone a pressioni sempre più incalzanti, ma non lo prepara a renderle concrete: chiede, o meglio pretende, troppo o troppo poco, ma non quanto il giovane sarebbe in grado di dare, e non riesce a formarlo in modo che non viva l’attività come una richiesta sempre eccessiva e opprimente.

Lo sport fa richieste confuse

Lo fa correre su binari rigidi a spese della creatività e dell’iniziativa personale. O si aspetta che in gara sappia creare soluzioni nuove e non previste quando lo allena solo a imitare e ripetere. Lo spinge a esasperare i toni agonistici, la frenesia e l’attesa della gara, mentre l’agonismo è lucidità, capacità di essere presenti alla situazione, libertà dalla paura. Oppure vuole che giochi nel collettivo, ma non lo allena mai a ragionare, a proporre e a produrre insieme. Va contro la sua autonomia: gli trasmette soluzioni già definite, che sopiscono il desiderio di scoperta e ostacola l’attitudine a produrre iniziative personali. In questo modo lo dispone alla continua attesa di qualcuno capace di sostituirsi a lui nell’uso della sua libertà d’azione.
Chiede comportamenti opposti a quelli che insegna. Forma un puro esecutore, mentre ha bisogno di uno sportivo che sappia decidere e agire da solo. Non lo aiuta a conoscere e regolare le proprie capacità, ma si aspetta che le sappia amministrare o, ancora, esercita una conduzione oppressiva e crede di formare un individuo disponibile a collaborare.
Basta questo per spiegare tutta l’inerzia dello sport? La funzione educativa non può sottrarsi a una regola fondamentale: quella di trasmettere comunque le proprie stesse prerogative e i propri modelli di comportamento. Se l’allenatore non riconosce l’individualità e il ruolo del giovane, deve aspettarsi un soggetto che, fedele all’insegnamento, attende l’ingresso nell’età adulta per esercitare lo stesso comportamento. O, peggio, un succube incompiuto che gli impone di portarlo sempre per mano, pena la rinuncia, la ribellione o l’opposizione passiva.

Una nuova formazione e un nuovo sportivo

Lo sport tradizionale non è solo da condannare ma, se vogliamo formare lo sportivo possibile dal giovane attuale, dobbiamo creare le condizioni affinché possa partecipare in modo attivo e diretto al proprio processo di maturazione psicologica e intellettiva, fino a sapersi amministrare da solo.
Come formarlo?
La formazione non è un processo spontaneo né una semplice trasmissione di contenuti. L’educatore trasmette le norme, i valori e gli obiettivi che fanno parte dello sport e della vita adulta. Lo fa con informazioni e consigli, ma soprattutto con contenuti impliciti, che non possono essere oggetto d’insegnamento. Tali contenuti sono i suoi stessi caratteri di educatore, che sono prima di tutto la capacità di essere una figura adulta, consapevole del proprio ruolo e della propria responsabilità, il modo di agire, di affrontare la realtà e di proporsi agli altri e le convinzioni che determinano le sue scelte e la sua maturità.
In questa prospettiva, la formazione diventa educazione anche quando trasmette dei contenuti, perché porta il giovane a viverli e usarli in modo consapevole, arriva alle sue qualità e ai suoi caratteri specifici, e, dunque, può aiutarlo a svilupparli.

Quale sportivo?

È lo sportivo adeguato a tutte le esigenze dello sport e dell’ambiente in cui vive; allenato all’autonomia, alla libertà, all’iniziativa e alla responsabilità; abituato a esercitare tutta la sua creatività e iniziativa all’interno di regole chiare e non eludibili e a non sottrarsi ai compiti e ai doveri che gli spettano. Sa collaborare, e quindi è adatto al collettivo, la condizione che somma i contributi di tutti e pretende che ognuno si metta al servizio degli altri. Ha sicurezza e coraggio: si mette alla prova anche quando rischia una sconfitta o a uno svantaggio personale, tentare anche quando gli sforzi possono sembrare inutili e sa cercare, ammettere e correggere i propri errori.
È “normale”, in altre parole ciò che è e che può essere, senza sovrastrutture, interventi spersonalizzanti o inutili stimolazioni. La lucidità, il contatto immediato, consapevole e padroneggiato tra sé, i propri mezzi e ciò che si deve fare, è la condizione personale che consente la massima efficacia anche nello sport.

Il metodo: alcuni punti

Ogni età è un punto di passaggio del tragitto verso la vita adulta ma, intanto, ha anche caratteri specifici e potenzialità da scoprire e trattare con tecniche ben precise. Un’eventuale disattenzione, infatti, porta a uno sviluppo incompleto della persona e dello sportivo.
L’individuo non reagisce semplicemente a degli stimoli o alla logica degli altri. Ognuno ha una "logica privata", costruita via via interpretando le esperienze e adattandole ai propri obiettivi. Non si può pensare a una formazione fondata su stimoli uniformi che non tengano conto dell’individuo cui essi sono rivolti.  
Il rapporto è il fondamento dell’educazione. La stima, la reciprocità, il rispetto, la possibilità di cooperare per raggiungere gli stessi obiettivi sono le condizioni per imparare e agire, in modo naturale, nell’ambito di metodi condivisi.
La vita adulta non è lo sbocciare spontaneo della maturità e della completezza. L’adulto nasce e si sviluppa già nel bambino, e gli interventi per prepararlo sono necessari a qualsiasi età.
Qualsiasi acquisizione fa parte di un processo che non può mai essere considerato definitivo e concluso: lo sportivo vero è completo soltanto se sa continuare a evolvere.
L’allenatore opera perché l’allievo scopra, sviluppi e utilizzi tutte le potenzialità di cui dispone, e la completezza è sintesi di qualità fisiche, tecniche, intellettive, di personalità e di carattere.

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