Formazione

I metodi “industriali” dello sport, e magari anche della scuola, possono appiattire chiunque.

Ma se vogliamo trarre e sviluppare tutte le qualità di chi è particolarmente dotato, dobbiamo saper usare l’ingegno artistico dell’artigiano raffinato.

Il vero Il talento è più difficile da guidare. Ha più idee, spesso originali e molte da moderare, è più inquieto perché sente di valere, chiede e pretende, e se non viene soddisfatto crea problemi. È più creativo degli altri, e la creatività in qualche modo va favorita, altrimenti si trasforma in insofferenza, disinteresse verso le regole e gli obblighi naturali o, addirittura, in insicurezza.

In quali errori si può incorrere? C’è chi tenta di risolvere i fastidi che procura il talento cercando di imporsi con il pugno duro o mettendolo in concorrenza con gli altri, ma con scarsi risultati. Avviene, per esempio, quando si vuole impostare un lavoro intensivo e metodico per avere subito una squadra con un forte agonismo, da preparare per obiettivi lontani e di vertice. I talenti si adattano peggio degli altri perché il sistema di lavoro li annoia. È anche facile che questo tipo di istruttore attribuisca al talento e alla sua specificità quasi una disposizione naturale ad assumere iniziative troppo personali, o addirittura stravaganti, e a non stare nelle regole. Così lo frena e non ne valorizza l'ingegno e la partecipazione, e il talento, che non ha spazio per esprimersi, alla fine davvero crea problemi.

Chi lo usa male perché precoce e d’intelligenza vivace. Gli chiede troppo quando non ha ancora il fisico e tante qualità del carattere per tollerarlo, e intanto non gli concede di esprimere la creatività e l'ingegno di cui è dotato. Ne fa l'uomo di punta che deve “vincere il prossimo torneo” o “far squadra", ma il bambino, almeno fin dopo i dieci anni, impara impiegando tutti i gesti dello sport semplicemente con il gioco e senza provare il bisogno di collaborare e di integrarsi. Da qui nascono risentimento e delusione, disinteresse e strafottenza, tentativi maldestri di stupire per sentirsi apprezzato e alla fine scarso impegno.

Lo tratta come un enfant prodige che sa e può più degli altri, impara prima e deve dare più di quanto è nelle sue possibilità. Magari capisce che ha inventiva e doti tecniche per diventare un campione, ma non considera che non ha ancora le esperienze, i mezzi fisici, l'armonia, il senso del collettivo, la capacità di usarsi e la continuità per dare i risultati e le risposte che può dare un adulto.

C’è chi sembra ancora porsi il dubbio se la dotazione del talento vada sviluppata. Per esempio, in nome dell'uniformità e della classifica, lavora subito con tutti sulle qualità presenti al momento, e solo con quelle più redditizie, come si fa con l'adulto che deve andare in campo solo per vincere. Propone schemi e modelli perfetti solo da copiare, senza concedergli di adattarli anche ai propri mezzi o di impiegare ciò che sa fare solo lui. Con questa pretesa di precorrere i tempi per avere subito il risultato, però, non allena e non lascia esprimere proprio le qualità specifiche di cui dispone. Lo blocca, finché diventa inquieto, insoddisfatto e sempre pronto a creare problemi. È facile, infatti, che il talento ostacolato diventi intrattabile, polemico e ingegnoso quando vuole esasperare.

Se, poi, si cerca di contenerlo, ma si continua a trattarlo come un esecutore passivo e sempre pronto e al massimo, gli s’impedisce di usare le qualità migliori del proprio talento. E allora il talento può diventare sempre più genio e sregolatezza, poco disponibile verso gli schemi e le necessità comuni. E, alla fine, abusare della libertà che gli negano senza saperla impiegare.

Dice un istruttore: “Ma io lo blocco”. È possibile, come dimostrano tanti talenti rimasti mezzi giocatori e tanti abbandoni. E allora che fare? Serve una guida attenta che non gli chieda più che agli altri e più di cosa può fare, ma che gli permetta di scoprire tutto ciò che è suo. Che non pretenda che esegua le stesse cose di tutti e si accontenti solo che lo faccia meglio. Che non abbia paura di dirgli almeno "bravo" perché ha paura di appagarlo e renderlo molle, oppure di autorizzarlo a fare qualcosa di testa propria che non saprebbe dirigere e impiegare senza danneggiare gli altri.

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