Educazione

Se un giovane trasgredisce o sbaglia per inesperienza o scarso interesse, certo basta spiegare o proporre un’alternativa più appagante. Se, però, ci troviamo in un conflitto o in un’incomprensione profonda, occorre prima capirsi e, a volte, anche correggere qualche nostro errore.

Se i giovani sono così disponibili e sempre pronti a cambiare per migliorare, perché non basta parlare affinché capiscano e si correggano?

Paliamo di giovani, sia figli che allievi. Se riuscissimo a trasmettere norme più appaganti della trasgressione e a chiedere e pretendere chiaramente i comportamenti che riteniamo più appropriati, avremmo trovato il metodo ideale. Dovremmo però avere giovani già maturi al punto da non aver bisogno di trasgredire, ma in questo caso non avremmo neppure la necessità di correggerli. Non è così, e se vogliamo almeno immaginare una correzione senza contrasto, è essenziale che abbiamo una grande intesa e siamo disponibili a capire che i loro errori sono anche una reazione ai nostri, magari a qualche scorrettezza o disattenzione nei loro confronti, oppure a modelli proposti dall’ambiente.

Occorre scendere al loro livello e, quindi, non volerci imporre d’autorità, far pagare a loro le nostre delusioni o pretendere che riscattino i nostri insuccessi. come sempre, prima di chiedere i comportamenti che vogliamo, affrontiamo eventuali cause che possono determinare gli errori o le trasgressioni. E dopo non limitiamoci a proibire o a imporre, e a punire se si oppongono a qualsiasi cambiamento. Parliamo “con” loro, in un confronto di opinioni, per capire le loro ragioni e contrastarle dove è il caso, ma senza proporci come giudici e limitarci a condannare e punire. La logica comune dice che noi siamo adulti ragionevoli e loro trasgressori non ancora maturi, e quindi abbiamo il dovere di infliggere delle sanzioni ma, se vogliamo educare, non ci basta avere tutte le ragioni.

Se non vogliamo creare altre distanze e impigliarci in un conflitto dagli esiti più pesanti, facciamo in modo che possano capire che ciò che fanno è improduttivo e inadeguato, che il loro comportamento non è lecito, e che certi mezzi non sono adatti a raggiungere gli obiettivi che desiderano. Non sempre basta, e allora, quando abbiamo riflettuto e deciso, non torniamo indietro, altrimenti ogni nostro intervento diventerà una trattativa. Ci sono sempre gli accordi assunti insieme prima che scoppiasse il caso e, se il patto era anche di uscire dal gruppo in caso di contrasti insanabili con le regole stabilite, ci sono anche delle conseguenze naturali: chi rifiuta di rispettarli esce.

Un intervento così diretto chiede esplicitamente l'assunzione di comportamenti corretti in luogo di altri inadeguati che i giovani ritengono validi, e dunque può stimolare opposizione o resistenza passiva. E allora, dopo aver fatto insieme un’analisi di una trasgressione ormai diventata un comportamento, lasciamo a loro la possibilità di arrivare alle logiche conclusioni e di trovare da soli le soluzioni. Intanto, teniamo conto che trasgrediscono perché cercano scappatoie di minore impegno e più appaganti, ma anche per insicurezza, per valutare qual è il loro potere nei nostri confronti, per punirci di qualche mancanza verso di loro o per sfidarci se ci sentono oppressivi. in ogni caso, evitiamo le condizioni che possono far nascere conflitti, come non trasformare ogni cambiamento in una resa, ma in un passo avanti verso una maggiore autonomia.

Questa forma di correzione è uno strumento educativo che ci permette di intervenire in modo chiaro e diretto, di capire e discutere con loro, magari di renderci conto che non vi è nulla da correggere e di presentare le nostre ragioni come la proposta di una condotta più adeguata e funzionale. in altri termini, a differenza di come avviene nell'educazione tradizionale, non adottiamo un modello rigido al quale ai giovani si devono per forza adattare, né l'imposizione del più forte come metodo, ma uno strumento e un modo di essere e di proporsi che consente ai giovani di correggersi senza doversi piegare a un'imposizione.

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