Salute

I ragazzi sono influenzati dalla televisione, dai genitori e dagli allenatori che si propongono come modelli negativi e incitano a comportamenti violenti.

Vediamo spesso, infatti, la sopraffazione e la violenza premiate nei confronti della correttezza e del rispetto per l'avversario, la furbizia e il trucco prevalere sull'impegno e sull'osservanza delle regole o il vantaggio personale posto davanti o contro quello collettivo.

La giustificazione spesso è che se lo fanno gli altri non si può subire e soccombere, ma non è questo lo sport più funzionale. Specie a livello giovanile, ciò che va contro lo sviluppo delle qualità necessarie allo sport o non insegna qualcosa di valido che possa servire per vincere in futuro non permette di arrivare ai livelli possibili a ognuno, poiché è un ostacolo all'apprendimento del gesto tecnico e del gioco, gli strumenti che faranno vincere. Anche perché il trucco e la violenza, qualora vi sia chi li crede indispensabili, si possono imparare in un attimo, mentre il gesto tecnico e lo sviluppo più funzionale dell'azione vanno preparati in ogni momento della formazione.

Secondo qualcuno i bambini sono aggressivi per natura, e quindi vanno assecondati. Il bambino ha un forte bisogno di misurarsi per verificare le proprie forze, compete e vuole vincere per natura e spesso non è troppo attento ai disagi degli altri, ma per lui la gara significa solo giocare e misurarsi. Se, invece, manifesta una franca aggressività, vi è da temere un disturbo del carattere o un'eccessiva dipendenza dai modi e dalle aspettative dell'adulto. Può, quindi, copiare comportamenti aggressivi della famiglia e dell'ambiente o volere imporre in qualche modo la propria supremazia, reagire alla paura di essere sopraffatto o essere convinto di non avere altri mezzi per riuscire a competere.

In questi casi il bambino non è aggressivo per un'intenzione consapevole, che si può sempre correggere, ma per il bisogno di superare sentimenti d’inferiorità e d’inadeguatezza che nascono altrove, ma che lo sport, pur avendo molti strumenti per correggere, può anche rendere più evidenti. In molti altri casi, invece, l'aggressività, anche di un bambino, può essere procurata da ciò che gli chiediamo e dagli stimoli che gli proponiamo.

Altri la giustificano perché la consideriamo un fattore che non si può eliminare, una valvola di sfogo, quasi una conseguenza della vita attuale e un bisogno di liberarci da troppe tensioni. Questo è un modo di dire o un pretesto cui ricorriamo quando non sappiamo cosa fare per ottenere impegno e decisione, o una giustificazione dell'aggressività che proviamo noi.

In realtà spesso la confondiamo con la violenza. L'aggressività è una spinta a vincere, a prevalere, a valorizzarci per essere in prima fila e anche per imporci sugli altri, ma non implica un sentimento ostile, mentre la violenza o un agonismo scorretto richiedono e autorizzano un'intenzione lesiva o, almeno, un'indifferenza nei confronti dell'integrità fisica e psicologica dell'avversario. Chi stimola rabbia, odio e ogni sentimento ostile, o autorizza in modo esplicito il danno dell'avversario, pensa di dare più determinazione e di sollecitare meglio l'agonismo e il rendimento, ma in realtà lo fa a spese del gioco. Per aggredire o per difendersi, fa spendere iniziative, energie, intenzioni e creatività che si potrebbe spendere meglio nel gioco, e inoltre non tiene conto che la violenza in chi la esercita crea sensi di colpa e comportamenti emotivi disordinati e difficili da gestire, e in tutti uno stato di attivazione psichica eccessiva e contraria al rendimento.

A volte si chiede aggressività e si ottiene l'effetto opposto, come dimostrano atleti che non se la giocano tutta e diventano fin troppo docili per una specie di sudditanza psicologica verso qualche avversario o una squadra più conosciuti. Se un giovane si fa bloccare da queste soggezioni, significa che è stato formato solo come buon esecutore che si sente perso perché non è mai stato abituato e pensare e fare per sapere di poter contare sulle proprie forze. È stato formato a giocare per la vittoria ottenuta in ogni modo e non per la prestazione, e a regolarsi troppo sull'avversario e non sulle proprie forze. È stato caricato di paura di perdere con le partite troppo cariche di tensione o di colpa per la sconfitta. Oppure, non è stato abituato fin da bambino a dare sempre il massimo in ogni momento della gara, anche quando non era sicuro di potercela fare e indipendentemente dall'avversario, dalla partita in casa o fuori o dal punteggio già acquisito.

 

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