Salute

Magari vuole dire solo “entra duro”, ma un agonismo inteso come tensione, aggressione o violenza stimola emozioni che contrastano la lucidità, il controllo razionale della situazione, l'incanalamento delle energie verso il gioco e la capacità di essere concentrati sulla prestazione.

È un agonismo controproducente, ma è accettato anche nello sport professionistico, dove si esprime con l’uso di termini come rabbia, cattiveria, odio per l'avversario o furore, tutte emozioni che non prova chi ha vere capacità agonistiche.

Un altro, che potrebbe essere di qualsiasi sport, urla "devi odiarlo... provocalo finché reagisce e si fa espellere". Oggi questi eccessi sono più rari, ma molti credono ancora che per vincere siano utili, o forse indispensabili, un'aggressività al limite del lecito e un vasto campionario di trucchi e provocazioni. Magari un'entrata assassina, uno sputo o qualche insulto perché l'avversario perda la calma. Tutto questo non ha a che vedere con lo sport, e finisce per essere anche controproducente per il rendimento. Un atleta che va a cercare queste provocazioni invece di pensare a creare e a imporre le proprie qualità lo fa a scapito dell'efficacia. Per esempio, se l'avversario non abbocca, il provocatore non ottiene ciò che cerca, e intanto perde un'occasione di gioco: cerca una soluzione inutile che gli fa perdere la giusta concentrazione sul gioco, ed ha sempre qualche strumento in meno per contrastare chi, invece, punta sulle proprie qualità e sull'impegno.

Teniamo conto che la gara stimola da sola una tensione in grado di mobilitare tutte le energie necessarie per la prestazione; che in tanti la tensione è già eccessiva e nociva senza nessuno stimolo; e che il rendimento è come una U rovesciata: fino a un giusto livello il rendimento aumenta, ma appena oltre cala bruscamente.

Inoltre, l'allenatore che spinge un allievo a essere lesivo si deve porre un dubbio: è sicuro che il suo atleta, salvo che non abbia disturbi gravi del carattere, non si senta in qualche modo frenato di fronte alla prospettiva di far male all'avversario, e non abbia egli stesso paura della propria aggressività?

O, ancora, dopo avere incoraggiato e autorizzato l’aggressione e la violenza, di non diventarne alla fine vittima? Non ci sono notizie di allenatori picchiati dai loro allievi, ma sappiamo tutti che incitare a passare sopra il rispetto che si deve a chiunque e a non rispettarne l’integrità fisica e psicologica ci predispone a essere le prime vittime.

 

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