Etica e Salute

Rapporto Gruppo CRC sul monitoraggio della convenzione sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza in italia 2015 2016

Gli adolescenti in Italia oggi: una risorsa preziosa non sostenuta da politiche e prassi idonee. Un’analisi ricca di osservazioni e proposte per la formazione, educazione e salute dei giovani.

Introduzione

Il 9° Rapporto del Gruppo CRC è stato reso pubblico il 30 aprile scorso, ma non ha avuto molto risalto sulla stampa nazionale. È un documento denso e complesso che tratta di molti argomenti attinenti la vita dell’infanzia e dell’adolescenza, tutto valutato alla luce della Convenzione dell’ONU sui loro diritti.
Il suo scopo non è solo una disamina imparziale della situazione, con modalità e criteri scientifici, ma anche di offrire proposte, suggerimenti e osservazioni non solo alle autorità dello stato e al legislatore, ma e soprattutto, al cosiddetto “quadrilatero formativo”: famiglia, scuola, istituzioni e terzo settore.

Già il sottotitolo, in realtà il titolo del primo capitolo del rapporto, indica che, oggi in Italia, c’è molto da fare per rivalutare e dare status sociale, slancio, mete e valori nuovi agli adolescenti. Nelle prime due parti di quest’articolo sono riprodotti paragrafi del rapporto che abbiamo valutato più attinenti agli scopi specifici della nostra associazione e del nostro sito, cioè quelli più vicini allo sport giovanile quale strumento di educazione alla vita, crescita equilibrata psico-fisica e spirituale, inclusione sociale, nel rispetto di valori condivisi.
Nella terza parte sono riportate proposte, osservazioni e suggerimenti riassunti dal rapporto, sui quali torneremo in successivi articoli di approfondimento e di proposizione.

 

Alcune considerazioni di ordine generale

Al primo gennaio 2015, in Italia gli adolescenti nella fascia 14-17 anni erano 2.294.000, su un totale di persone di minore età di 10.096.000.
I contesti socio-esistenziali e gli esiti di questa ricerca scientifica sul “pianeta adolescenza” rimandano a una “marginalità”, alimentata da un sistema valoriale adulto, incapace di garantirne la progettualità esistenziale.
Gli adolescenti oggi sperimentano nuove solitudini all’interno dei nuclei familiari, con figure genitoriali che vivono in condizioni lavorative, emotive e affettive stressanti, e spesso frustranti. I giovani, a causa della crisi economica, si trovano inoltre, per la prima volta, a dover fare i conti con la prospettiva di un futuro peggiore di quello vissuto dai loro genitori, e ne sono particolarmente consapevoli. Alcuni di loro hanno anche dovuto assumere il ruolo di “caregiver” familiari, prendendosi regolarmente cura di parenti disabili o di adulti e anziani malati e fragili.
Si assiste a un allentamento delle reti primarie di parentela e a un maggiore isolamento delle famiglie, fenomeno complicato ulteriormente dalle modifiche della struttura familiare derivanti anche da separazioni e divorzi.
I social network sono diventati lo strumento sempre più utilizzato per conoscere altre persone e per costruire e gestire una parte significativa delle relazioni, secondo modalità profondamente diverse da quelle delle generazioni precedenti. Stando ai dati ISTAT, “quella attuale è, infatti, la prima generazione di adolescenti cresciuta in una società in cui l’essere connessi rappresenta un dato di fatto, un’esperienza connaturata alla quotidianità”: nel 2014, l’83% dei ragazzi tra gli undici e i diciassette anni utilizzava Internet con un telefono cellulare e il 57% navigava sul Web.


I maggiori fruitori di tecnologia sono gli adolescenti 14-17enni, che utilizzano giornalmente (o più volte alla settimana) il telefono cellulare nel 92,6% dei casi (contro il 67,8% degli 11-13enni), nel 50,5% dei casi usano il personal computer (contro il 27,4%) e nel 69% dei casi navigano su Internet (contro il 39,4%). Le ragazze fra gli undici e i diciassette anni usano più frequentemente dei coetanei maschi sia il telefono cellulare, sia Internet.
Tali abitudini hanno un impatto anche sulla sedentarietà degli adolescenti. Quattro ragazzi su dieci (il 42%) trascorrono davanti al televisore da una a due ore il giorno; il 24,5% ne fa un utilizzo ancora più intenso, che va da due a quattro ore, e il 6,2% vi trascorre oltre quattro ore. Inoltre, aumenta il numero di chi fa un uso intenso del PC: il 23,6% lo usa da due a quattro ore e circa il 12% più di quattro ore. Non è salvaguardato neppure il momento dei pasti, e alcune interessanti ricerche stanno cercando le possibili correlazioni tra l’uso delle nuove tecnologie e il comportamento alimentare nella popolazione adolescente.
Si tratta di un cambiamento profondo, che vede protagonisti prima di tutto gli adulti educanti, che rivelano una maggiore tolleranza di fronte alle trasgressioni, un’incapacità di porre limiti, fino all’erosione dell’autorevolezza e dell’autorità. Gli adulti di riferimento palesano una minore capacità di ascolto e di gestione della quotidianità dei figli adolescenti, e non solo per mancanza di tempo: fanno difetto le conoscenze e la formazione adeguate a sostegno del ruolo genitoriale. Il gruppo dei pari, la Rete Internet, gli stili di vita proposti dai mass media esercitano una forte influenza sui giovani, nei quali si rilevano una diminuzione della percezione del rischio e una forte pressione ad assumere comportamenti e condotte a rischio che provocano isolamento, inquietudine, arrendevolezza. È quindi evidente anche la necessità di reale sostegno al ruolo genitoriale.

Spesso, gli adolescenti concentrano l’attenzione sull’aspetto esteriore, sull’apparire e sull’avere piuttosto che sull’essere, che non è altro che l’indice di una costante necessità di conferme esterne. Genitori e insegnanti in primis, a loro volta, spesso non sanno semplicemente che cosa fare. Si ricorre sempre di più allo specialista (psichiatra o psicologo) per mere questioni educative o, al contrario, non vi si ricorre tempestivamente anche di fronte a disturbi evidenti.

 

Una generazione di adolescenti all’eccesso

Le indagini svolte ai fini di questo rapporto per seguire l’evolversi dei comportamenti e delle abitudini degli adolescenti, ci mostrano una “generazione all’eccesso” ben decifrabile in alcuni ambiti:

  • Uso di sostanze psicoattive: studi e ricerche evidenziano come l’uso di sostanze psicoattive da parte dei giovani sia in costante aumento. Spesso, gli adolescenti usano le droghe per curiosità oppure perché procurano sensazioni piacevoli e, più frequentemente, per sentirsi accettati dal gruppo dei pari. Il policonsumo di sostanze, legali e illegali, rappresenta lo stile prevalente, soprattutto per quanto riguarda l’assunzione di alcol, tabacco e cannabis: il 63,4% degli studenti che hanno ammesso il policonsumo ha dichiarato l’assunzione di queste sostanze psicoattive nei trenta giorni precedenti la rilevazione.
  • Comportamento sessuale: è sempre più centrato sull’apparire, incoraggiato dai messaggi che giungono dal mondo degli adulti. Il sexting, legato a un uso non consapevole dei social network, è un fenomeno che può denotare (secondo le età e delle modalità in cui avviene) un approccio alla sessualità inadeguato e l’incapacità di riconoscere i propri limiti o di opporsi alla pressione sociale: mancano percorsi idonei di educazione all’affettività e alle emozioni. Inoltre, a dimostrazione della dimensione dei rischi cui i ragazzi e le ragazze si espongono quotidianamente, utilizzando la Rete, oltre il 60% degli intervistati di una ricerca afferma che condividere le proprie foto a sfondo sessuale è una scelta individuale.
  • Gioco d’azzardo: dai dati dell’Osservatorio sulle Tendenze e Comportamenti, rilevati su un campione di circa 4.000 giovani su tutto il territorio nazionale, emerge che tra i nativi digitali: l’11,5% dei ragazzi intervistati gioca regolarmente d’azzardo online; il 13% scommette online, sul calcio per il 77% e su altri sport per il 10,4%; il 29% gioca anche nei centri scommesse (in genere gli adolescenti dai diciassette ai diciannove anni) e punta per l’88% sul calcio.
    Gli adolescenti che subiscono o hanno subìto azioni di bullismo e/o cyber bullismo, anche omofobico, sono oltre il 50%. Secondo un’indagine ISTAT, “nel 2014, poco più del 50% degli 11-17enni ha subìto qualche episodio offensivo, non rispettoso e/o violento da parte di altri ragazzi o ragazze nei dodici mesi precedenti. Il 19,8% è vittima assidua di una delle tipiche azioni di bullismo, cioè le subisce più volte il mese”. Si rileva poi che “tra i ragazzi utilizzatori di cellulare e/o Internet, il 5,9% denuncia di avere subìto ripetutamente azioni vessatorie tramite sms, e-mail, chat o sui social network”. Le ragazze sono le vittime più frequenti di cyber bullismo (7,1% contro il 4,6% dei ragazzi).
  • Le principali conseguenze degli atti di bullismo sono: il 69% degli intervistati ha individuato, tra gli effetti negativi dell’esser presi di mira da atti di bullismo, l’isolamento e la perdita della voglia di uscire e frequentare gli amici; inoltre, il 62% individua come conseguenze il rifiuto di andare a scuola, fare sport o altro; il 53%, l’insorgere della depressione; il 45%, il chiudersi nel silenzio e il rifiuto di confidarsi.
  • Autolesionismo: l’aumento dei casi di comportamenti autolesivi è diffuso a livello europeo e, adesso, sta diventando manifesto anche in Italia. Si tratta di comportamenti che l’adolescente mette in atto nel tentativo di liberarsi dall’angoscia o per alleggerire un dolore interiore.
  • Si evidenzia come molti disturbi psichiatrici esordiscano proprio in età adolescenziale, o assumano in questa fase nuove caratteristiche che li rendono maggiormente evidenti. Tra questi disturbi, i più rilevanti – per l’impatto che hanno sul comportamento dell’adolescente e sui suoi compiti evolutivi, e per l’urgenza di una diagnosi precoce che consenta di mettere in atto interventi tempestivi e mirati che modifichino la prognosi – sono: il disturbo bipolare, la psicosi schizofrenica, i disturbi del comportamento alimentare, i disturbi di condotta e di personalità. Sono disturbi già conosciuti sui quali le condizioni attuali possono quantomeno agire come concause.

Per ciò che attiene le transizioni scolastiche e verso il mondo del lavoro, l’Italia è tra i Paesi europei con il più alto tasso di dispersione: nel 2014, il 15% dei ragazzi tra i diciotto e i ventiquattro anni ha conseguito al massimo il titolo di scuola media.Molti dispersi finiscono per rientrare nella categoria dei Neet, in altre parole i giovani che non studiano e non lavorano (not in education, employment or training). L’ISTAT ne ha contati oltre due milioni, circa il 24% dei giovani tra i quindici e i ventinove anni, una quota significativamente superiore alla media dell’Unione Europea.
Il caso complesso delle migrazioni ci pone poi di fronte a una molteplicità di sfide, anche rispetto ai minori stranieri di seconda generazione. Al compito evolutivo del passaggio dall’infanzia all’età adulta, si aggiungono: la duplice appartenenza culturale; le differenze linguistiche e di tradizioni; l’inversione generazionale. Per queste ragazze e ragazzi, se nati all’estero, il compimento dei diciotto anni può comportare una grave precarietà di vita: infatti, divenuti maggiorenni, la possibilità di continuare a soggiornare regolarmente in Italia dipende unicamente dalla prosecuzione degli studi o da un contratto di lavoro o dall’appartenenza a una famiglia dotata di buone risorse abitative e di reddito.
I dati sulla criminalità minorile registrano negli ultimi anni, se complessivamente considerati, una lieve flessione. Non si osservano variazioni significative nelle percentuali interne problematiche di tipo psichico tra maschi e femmine e tra italiani e stranieri; s’intravvede un lieve aumento, in percentuale, dei reati di violenza contro la persona e dei reati intra-familiari; mentre gli operatori riportano un tendenziale aumento delle problematiche di tipo psichico, spesso non riscontrabili dai dati per via della scelta di preferire comunque l’inserimento in comunità educative, rispetto a quelle terapeutiche.

 

Ci sono spinte positive e creative cui dare ascolto e agire

Uno sguardo più attento ci consente di cogliere anche le spinte positive e creative degli adolescenti, che chiedono al mondo adulto riconoscimento e valorizzazione. Un recente lavoro di analisi, compiuto sulle lettere di giovani tra i sedici e i venti anni, mostra come nelle parole dei ragazzi e delle ragazze il tema del futuro porti con sé non soltanto incertezze e paure, ma anche un grande amore per il mondo e per la vita, il desiderio di proteggere la natura, la preoccupazione per il pianeta e l’urgenza di fare qualcosa.
È interessante inoltre rilevare che, sebbene in Italia la fruizione culturale, e in particolare la lettura, sia molto carente, le fasce d’età 11-14 e 15-17 mostrano percentuali migliori rispetto al totale della popolazione: rispettivamente il 52% e il 54% hanno letto almeno un libro nel 2015, rispetto al 42% della popolazione dai sei anni in su. In tutte le fasce, anche quelle adolescenziali, il divario tra maschi e femmine è molto pronunciato, con le ragazze 15-17 che arrivano al 66% (due su tre leggono) a fronte del 43% dei ragazzi. Anche la quota di adolescenti che sono andati almeno una volta in un anno a teatro, al cinema, a una mostra, un museo o un concerto è molto più elevata della media (estesa alla popolazione sopra i sei anni), sebbene ancora molto ridotta rispetto agli altri paesi europei.
Ragionare sulle politiche per gli adolescenti, considerandole come parte delle politiche rivolte in senso più ampio ai giovani, è importante. Infatti, è in corso – anche a livello europeo – un tentativo di profondo rinnovamento di queste politiche, che mira a promuovere iniziative che mettano definitivamente da parte la visione dei giovani come problema, riconoscendo loro pienamente lo statuto di risorsa rispetto cui rilanciare le politiche di “empowerment”. Si tratta di una grande sfida, in cui si riconoscono, tra le esigenze prioritarie dei giovani, la partecipazione alla vita democratica, la cittadinanza attiva, maggiori opportunità in campo educativo e nella formazione anche oltre la scuola, e l’accesso a politiche attive del lavoro: orientamento, accompagnamento, “outplacement”.
Occorre, inoltre, promuovere una cultura delle scuole “aperte”, connesse alle realtà circostanti, per favorire un apprendimento articolato e costruire una scuola capace di rimotivare gli adolescenti attraverso l’utilizzo di metodologie didattiche laboratoriali, di “cooperative learning”, di “peer education”. È auspicabile creare sinergie efficaci tra pedagogisti, psicologi, educatori, docenti e famiglie, attraverso protocolli di azioni pedagogiche e/o d’intervento specialistico nelle situazioni con tratti psicopatologici.
Il Gruppo CRC rileva la necessità d’interventi educativi che coinvolgano sinergicamente e congiuntamente gli attori del “quadrilatero formativo” (famiglia, scuola, istituzioni, terzo settore) e, allo stesso tempo, attivino le risorse dei ragazzi e delle ragazze e ne valorizzino il protagonismo. Investire adeguatamente significa permettere agli adolescenti di progettare percorsi di vita, rafforzati da un forte senso di appartenenza e di cittadinanza, da vivere fuori dalla marginalità, come protagonisti reali – e non virtuali – della struttura sociale. Significa riconoscere loro il diritto a una formazione continua ed efficace e alla sperimentazione di sé attraverso percorsi scuola-lavoro organizzati. È urgente che si ricominci a parlare dell’adolescenza come di una fase di crescita, di evoluzione e di preparazione all’età adulta.
Proteggere i ragazzi, privarli dell’altalena o del pallone, difenderli da qualunque cosa possa sporcarli o contaminarli e consegnare loro una tastiera, di qualsiasi genere, non vuole dire educarli, ma farli diventare ansiosi e disinteressati, facendo prevalere una percezione della scuola e della vita come una lunga serie di ostacoli.
Le attività non strutturate sono quelle che il ragazzo deve poter scegliere da protagonista, seguendo la passione o la curiosità del momento, come leggere, inventare storie, trasformare oggetti comuni in giochi nuovi. La voglia di giocare liberamente è innata nei bambini; più che d’indicazioni su cosa fare, hanno bisogno di risorse disponibili, del tempo e del permesso di fare.
 

Le attività motorie e lo sport

Esse costituiscono un mezzo, un’occasione privilegiata per favorire e facilitare la socializzazione del bambino e dell’adolescente, giacché permettono loro di relazionarsi, interagire e confrontarsi in un’attività di divertimento, e quindi in un momento di per sé piacevole. È risaputo che nei momenti di benessere l’individuo è più disponibile e aperto al confronto, alla collaborazione e al rispetto dell’altro. Da qui nasce l’importanza dello sport all’interno della crescita e della maturazione personale: attraverso di esso il ragazzo può “fare esperienza” dell’altro, e condividere divertimento, fatica, impegno, entusiasmo e delusione che lo aiutano a capire meglio se stesso e l’altro. Sviluppando empatia, sarà in grado di lavorare più attivamente e positivamente all’interno del gruppo, e avrà la possibilità di imparare a interagire in modo costruttivo con i compagni.
Sfortunatamente, come emerge dalla ricerca “Lo stile di vita dei bambini e dei ragazzi”, in Italia quasi un bambino su cinque (17%) non fa sport nel tempo libero e per il 27% la motivazione deve essere ricercata nella mancanza di possibilità economiche delle famiglie di affrontare questa spesa.
Circa un minore su dieci, invece, non pratica attività motorie, e neppure a scuola (11%), per mancanza di spazi attrezzati o per l’assenza di tali attività nel programma scolastico. Per contro, l’attività sportiva occupa un posto rilevante nella vita degli adolescenti: il 67,2% dei ragazzi e il 51,5% delle ragazze tra i quattordici e i diciassette anni svolgono regolarmente attività sportiva nel tempo libero, anche in forma agonistica.
Le occasioni di sport e di movimento, però, non si esauriscono alla pratica sportiva, e la sedentarietà dei ragazzi si conferma un tratto distintivo. Un intervistato su quattro dichiara di camminare non più di quindici minuti il giorno, percentuale che sale a uno su tre nell’Italia centrale, e solo il 4% afferma di percorrere a piedi più di un’ora il giorno. Due su cinque vanno a scuola accompagnati in macchina da un familiare, mentre gli altri si muovono utilizzando mezzi pubblici (17%), a piedi (28%) o con la bicicletta (15%). Tra i ragazzi che utilizzano la bicicletta, si segnala un incremento del 6% rispetto alla precedente rilevazione, percentuale che sale fino al 22% per i ragazzi fra gli undici e i tredici anni.
Per la fascia di età 0-6 anni, si vedono dei miglioramenti: il 23,4% dei bambini tra i tre e i cinque anni pratica attività fisica in modo continuo (era il 22,4% l’anno passato), il 4,5% in modo saltuario (erano il 2,9%), il 20% pratica solo qualche attività fisica (erano il 23,6% nel 2014). Sfortunatamente il 48,1% non pratica sport, né attività fisica (48,7% nel 2014).

Il 9° Rapporto CRC ha scelto come fil rouge la fascia di età 14-18 anni, che sarà qui analizzata suddividendola in due sottogruppi, come da dati ISTAT: la fascia di età 15-17 e 18-19 anni. Per la fascia di età 15-17, il 47,7% dei ragazzi pratica attività fisica in modo continuo, e per la fascia di età 18-19 anni il 39,2%; in modo saltuario l’11,9% dei primi e il 12,3% dei secondi; praticano solo qualche attività fisica il 18,8% dei primi e il 20% per i 18-19 anni; non pratica sport, né attività fisica il 21% dei primi e il 27,9% dei secondi. Questa grande differenza tra le due fasce di età è dovuta soprattutto al dropout sportivo. L’agonismo esasperato, le aspettative e le pressioni eccessive rappresentano alcune delle sue cause.
Talvolta l’abbandono dell’attività può dipendere anche dalla specifica disciplina sportiva.  Il bambino/adolescente, ad esempio, può rendersi conto di essere meno dotato degli altri, e non essere più disposto a misurarsi con loro per paura dell’insuccesso. In altri casi, può essere stanco dell’agonismo e di essere trattato come un piccolo professionista, troppo sollecitato affinché vinca sempre. O, ancora, può vivere rapporti difficili con la società sportiva e con l’allenatore, che non lo apprezzano e non lo considerano come vorrebbe.
Per i bambini con malattia cronica o rara o con disabilità, lo sport è un mezzo per favorire l’autostima e la valorizzazione delle possibilità di successo, nonostante la malattia, grazie al valore importantissimo che è l’inclusione sociale. Più spesso, invece, i bambini con problemi di salute non praticano sport, né a scuola né fuori, principalmente per tre motivi:

  • Perché si teme che possa essere pericoloso: molti genitori di bambini con asma e allergie, e spesso gli stessi bambini, temono l’insorgenza di una crisi durante e/o al termine dell’attività sportiva;
  • Per motivi di vergogna e scarsa valorizzazione delle proprie possibilità di successo, che inducono i bambini a rinunciare a mettersi in gioco;
  • Per poca disponibilità all’inclusione del bambino con problematiche di salute, sia per questioni di responsabilità e, sia, a causa di scarso rendimento o di frequenti assenze.


Proposte, suggerimenti e raccomandazioni

Riassumiamo in questa parte alcune proposte e suggerimenti del Rapporto del Gruppo CRC più attinenti a sviluppo, crescita equilibrata, formazione e educazione di giovani sportivi e non.

  • a. Aumentare la consapevolezza – da parte di educatori e insegnanti, operatori sanitari e, soprattutto, famiglie – del fatto che un uso eccessivo e sconsiderato dei dispositivi digitali comporta seri rischi per la salute fisica e mentale, e ostacola lo stesso apprendimento. L’educazione a un utilizzo consapevole dei dispositivi digitali, per essere efficace, deve iniziare già nei primi anni di vita ed essere accompagnata dalla capacità di suscitare interesse e curiosità nei confronti di altre attività, come il gioco all’aria aperta, la lettura, la musica, la socializzazione con i coetanei.
  • b. Per quanto riguarda la partecipazione dei minori ai programmi TV, rivedere il tema alla luce di contenuti che in maniera sempre più ricorrente espongono bambini e ragazzi a esibizioni “adultizzate”, inadeguate alla loro età. Operare anche una riflessione in merito alle modalità di utilizzazione dell’immagine dei minori, fissa o in movimento, all’interno di programmi di informazione o intrattenimento o di campagne commerciali, con particolare attenzione per le segnalazioni riguardanti la tutela della privacy.
  • c. Raccomandare all’Italia di prendere provvedimenti immediati per promuovere standard comuni nei servizi di assistenza sanitaria per tutti i bambini, in tutte le Regioni. E di intraprendere programmi di difesa e sensibilizzazione destinati a scuole e famiglie, che rilevino l’importanza dell’attività fisica, di abitudini alimentari e stili di vita sani.
  • d. Rimuovere gli ostacoli che impediscono al nostro sistema di assolvere pienamente i suoi compiti per affrontare le disuguaglianze legate allo stato familiare, al tipo di scuola, al conte- sto territoriale, soprattutto nel Mezzogiorno, e al genere; ma anche risolvere l’inadeguatezza della didattica, compresa la didattica dell’inclusione, rispetto alle esigenze del mondo reale; migliorare la struttura dei cicli, che costringe i nostri giovani a rimanere a scuola un anno di più, perdendo talvolta i benefici dei risultati raggiunti.
  • e. Intervenire per la promozione dell’attività fisica, anche non strutturata, affinché la pratica sportiva anche non agonistica sia riconosciuta come attività integrante dello sviluppo psicofisico degli adolescenti.
  • f. L’Italia riformi la legislazione nazionale, in modo da garantire la proibizione esplicita di ogni forma di punizione fisica in tutti gli ambiti, anche domestici, in base al diritto dei minorenni alla protezione dalle punizioni fisiche e da altre forme di punizione crudeli o degradanti sul diritto dei minorenni di non subire violenza sotto qualsiasi forma. Il Comitato raccomanda che l’Italia diffonda la consapevolezza tra i genitori, e il pubblico in generale, sull’impatto delle punizioni fisiche sul benessere dei minorenni e sui validi metodi di disciplina alternativi, conformi ai diritti delle persone di minore età.
  • g. l’Italia adotti le opportune misure per eliminare l’uso di droghe da parte dei minori, attraverso programmi e campagne di comunicazione, attività didattiche sulle competenze esistenziali e la formazione d’insegnanti, operatori sociali e altre figure rilevanti. Devono essere inclusi programmi sulla promozione di stili di vita sani tra gli adolescenti, per impedire l’uso di alcol e tabacco, e sull’applicazione di norme inerenti alla pubblicizzazione di tali prodotti presso i minori.
  • h. Avviare monitoraggi sulle occasioni di gioco: buone prassi amministrative, ludoteche, scuole, aggiornamento degli indicatori disponibili. Promuovere il gioco e la cultura ludica attraverso il loro inserimento nei curricula formativi di insegnanti, educatori, docenti e animatori. Adoperarsi per l’implementazione delle proposte sul diritto al gioco, al riposo e all’attività culturale. Garantire il diritto dei bambini a giocare in un luogo salubre, sia i nelle palestre delle società sportive e, sia, nelle strutture scolastiche.
  • i. Attivare campagne sistematiche di prevenzione, sensibilizzazione e informazione di programmi formativi e campagne destinate agli adolescenti volte a promuovere una sessualità libera e autodeterminata. Ridurre la diffusa erotizzazione precoce del corpo delle ragazze nella comunicazione pubblicitaria.

 

Fonti
Nono Rapporto del Gruppo CRC sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia nel 2015 – 2016, disponibile su www.gruppocrc.net
Coordinamento Save the Children Italia.
 
Gruppo CRC: Gruppo di lavoro pe la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza; 91 organizzazioni: http://www.gruppocrc.net/-associazioni

Ti è piaciuto questo articolo?

Forse vuoi leggerne altri... Ecco alcuni articoli che hanno un argomento simile:

Tehethon

banner poster